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Don Gallo e la fede vissuta tra gli ultimi

  • Immagine del redattore: Luca Servodio
    Luca Servodio
  • 9 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

Andrea Gallo è stato una delle figure più libere, controcorrente e profondamente umane della Chiesa italiana contemporanea. Nato nel 1928 a Genova, città che sarebbe diventata il cuore della sua missione, Gallo ha incarnato per tutta la vita un’idea di fede concreta, vissuta tra le strade e accanto agli ultimi, più che nei palazzi o nelle liturgie formali.

Fin da giovane maturò una vocazione religiosa intrecciata a una forte sensibilità sociale. Entrò nei salesiani, ma il suo spirito indipendente e la sua attenzione per i marginali lo portarono presto a scontrarsi con le gerarchie ecclesiastiche. Non era un sacerdote “comodo”: credeva in una Chiesa che dovesse sporcarsi le mani, uscire dai confini rassicuranti e abitare le contraddizioni del mondo reale.

Il suo ministero trovò piena espressione a Genova, soprattutto nel quartiere del porto e nei vicoli del centro storico, luoghi segnati da povertà, prostituzione, tossicodipendenza e solitudine. Qui fondò la Comunità di San Benedetto al Porto, un punto di riferimento per chiunque fosse escluso o rifiutato. Non chiedeva chi fossi o da dove venissi: per lui ogni persona aveva dignità, sempre.

Don Gallo era conosciuto come il “prete di strada” perché la strada era il suo vero luogo pastorale. Non aspettava che le persone entrassero in chiesa; andava lui da loro. Parlava con i tossicodipendenti, con le prostitute, con i detenuti, con i migranti. Li ascoltava senza giudizio, offrendo accoglienza e, quando possibile, un percorso di riscatto. La sua idea di carità non era paternalistica: non voleva “salvare” nessuno, ma camminare insieme agli altri.

Accanto all’azione sociale, portò avanti con forza una battaglia per i diritti civili. Difese i diritti delle persone omosessuali, sostenne il riconoscimento delle unioni civili, si espresse a favore della legalizzazione delle droghe leggere e del rispetto della dignità delle lavoratrici del sesso. Posizioni che spesso lo misero in contrasto con la dottrina ufficiale della Chiesa, ma che lui rivendicava come coerenti con il messaggio evangelico di amore e inclusione.

Il suo linguaggio era diretto, ironico, a tratti provocatorio. Non temeva di criticare apertamente le istituzioni, sia ecclesiastiche che politiche, quando le riteneva lontane dai bisogni reali delle persone. Eppure, nonostante le polemiche, rimase sempre profondamente legato al Vangelo, che interpretava come un invito radicale alla giustizia e alla solidarietà.

In questo episodio si legge la sua grande umanità e la vicinanza agli ultimi:

“Durante un tributo a Fabrizio De André, a cui parteciparono i big della canzone, Dori Ghezzi riservò 250 posti per me, e io mi presentai a teatro coi miei derelitti.

Qualcuno dell’organizzazione intendeva mandarli nel loggione, confinarli lassù, con la scusa che non c’era più spazio a disposizione. “Non vi preoccupate” dissi “ci penso io.”

Fermai il traffico della sala e come un vigile li feci sedere in platea, tre qui, due là, tossici, barboni, prostitute accanto a notai, dame e politici. “No, lì no” mi intimarono. “Lì ci va il ministro della Cultura Giovanna Melandri.” “Allora le mettiamo accanto una puttana delle vecchie case, vedrai come esce arricchita dall’incontro!”

Erano tutti molto preoccupati, mi chiedevano garanzie su ciò che sarebbe successo e io li tenevo sulle spine rispondendo che non potevo saperlo, essendo io un prete; non un indovino. Invece sapevo benissimo ciò che poi accadde: i miei emarginati erano quelli che durante le canzoni piangevano veramente.”


E forse è proprio lì, in quelle lacrime sincere, che si capisce davvero da che parte aveva scelto di stare.

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