L'indifferenza, l'ottavo vizio capitale di una società senza legami
- Luca Servodio

- 1 ago
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Non fa rumore. Non scandalizza. Non lascia ferite visibili. Eppure è forse il male più insidioso del nostro tempo. L'indifferenza si è insinuata nella vita quotidiana fino a diventare un'abitudine, quasi una forma di autodifesa. Don Andrea Gallo la definiva l'ottavo vizio capitale, intuendo prima di molti che il pericolo maggiore non fosse l'odio, ma l'incapacità di lasciarsi toccare dalla vita degli altri.

Un'intuizione che richiama il celebre monito di Antonio Gramsci, autore di Odio gli indifferenti, nel quale denunciava l'indifferenza come una forma di rinuncia alla responsabilità civile e alla partecipazione alla vita della comunità.
Viviamo nell'epoca dell'individualismo, dove il diritto dell'io sembra prevalere sul dovere del noi. La realizzazione personale è diventata l'obiettivo assoluto, mentre il bene comune viene spesso relegato a un principio astratto. In questo scenario prende forma quella "società liquida" descritta da Zygmunt Bauman: una società nella quale i legami sono fragili, gli impegni reversibili e le relazioni sempre più provvisorie.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Si è progressivamente spezzato il patto etico tra le generazioni. Gli anziani faticano a trasmettere esperienza e memoria; i giovani crescono in un contesto che privilegia la velocità rispetto alla profondità, il presente rispetto alla prospettiva, la connessione permanente rispetto all'incontro autentico. Quando viene meno questo dialogo, una comunità perde la propria continuità e rischia di smarrire la propria identità.
L'indifferenza non riguarda soltanto i rapporti personali. Si manifesta quando assistiamo all'aumento delle disuguaglianze senza indignarci, quando la povertà diventa un elemento del paesaggio urbano, quando la solitudine di tanti, soprattutto anziani e giovani, viene considerata un problema privato e non una questione sociale. Si manifesta anche nell'astensionismo, nella sfiducia verso le istituzioni e nella crescente rinuncia alla partecipazione civica.
La tecnologia, che avrebbe dovuto avvicinare le persone, spesso moltiplica i contatti ma impoverisce le relazioni. Siamo costantemente informati, ma sempre meno coinvolti. Assistiamo in tempo reale ai drammi del mondo, ma il flusso continuo delle immagini rischia di trasformare il dolore altrui in un contenuto da scorrere con un semplice gesto.
L'indifferenza, dunque, non è una debolezza individuale. È una questione culturale e politica. Una società che smette di prendersi cura dell'altro finisce inevitabilmente per indebolire sé stessa. Nessuna comunità può reggersi soltanto sui diritti individuali se vengono meno responsabilità, solidarietà e fiducia reciproca.
L'intuizione di Don Andrea Gallo conserva oggi una straordinaria attualità, così come resta attuale la riflessione di Antonio Gramsci, che vedeva nell'indifferenza uno dei principali ostacoli alla costruzione di una società più giusta e consapevole. Forse l'ottavo vizio capitale non è soltanto l'indifferenza, ma l'averla resa normale. E quando l'indifferenza diventa normalità, il rischio più grande non è soltanto perdere il senso della comunità, ma smarrire la nostra stessa umanità. La sfida del nostro tempo è ricostruire quel patto etico tra le generazioni che rende possibile una società capace di guardare al futuro senza dimenticare il valore dell'altro. Perché una comunità non si misura dalla ricchezza che produce, ma dalla responsabilità che ciascuno è disposto ad assumersi nei confronti degli altri.



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