La politica senza idee
- Luca Servodio

- 4 ago
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Una democrazia senza autentici partiti politici difficilmente può avere un futuro solido. Il problema dell'Italia contemporanea non è soltanto la crisi della politica: è la dissoluzione della forma stessa che la democrazia aveva assunto nel secondo dopoguerra. Un tempo si diceva, forse con qualche enfasi, che i partiti fossero lo Stato. Di certo erano il luogo in cui si formava la classe dirigente, si costruivano idee, si elaboravano programmi e si selezionavano le competenze necessarie per amministrare il Paese e i territori.

Oggi tutto questo è stato progressivamente sostituito da altro. I partiti sono diventati, troppo spesso, semplici contenitori elettorali, costruiti intorno a un leader, a un gruppo di potere o a una convenienza del momento. La politica ha smesso di essere una scuola di formazione ed è diventata una campagna elettorale permanente. Si comunica molto, si amministra poco. Si cercano consenso e visibilità, mentre la competenza e la visione di lungo periodo passano in secondo piano.
Quando scompaiono i partiti nel loro significato più autentico, si impoveriscono anche le istituzioni. Viene meno quella selezione della classe dirigente che un tempo, pur con tutti i limiti del sistema, garantiva un percorso di crescita politica e amministrativa. Oggi, invece, si assiste troppo spesso all'improvvisazione elevata a metodo, alla comunicazione scambiata per governo e alla ricerca del consenso immediato come unico criterio dell'azione politica.
Questa crisi emerge con particolare evidenza nella politica locale. È sufficiente assistere a un consiglio comunale, leggere un comunicato o seguire il dibattito pubblico per porsi una domanda tanto semplice quanto inquietante: dov'è finita la politica?
Un tempo il confronto poteva essere anche duro, perfino aspro, ma rimaneva prevalentemente sul terreno delle idee, dei programmi e delle scelte amministrative. Si discuteva di sviluppo del territorio, di bilanci, di opere pubbliche, di servizi, di visioni diverse della comunità.
Oggi, troppo spesso, il confronto è stato sostituito dalla contrapposizione personale. Si parla più degli avversari che dei problemi. Si preferisce l'attacco alla proposta, lo slogan all'argomentazione, la provocazione alla soluzione. La politica lascia spazio alla polemica permanente e il dibattito pubblico si trasforma in una rissa continua nella quale l'obiettivo non è convincere, ma screditare.
Il conflitto politico è il cuore della democrazia. La rissa ne rappresenta la degenerazione. Confondere le due cose significa svuotare il significato stesso della politica.
Ancora più preoccupante è l'arroganza che sembra essersi diffusa in una parte della classe dirigente locale. Si è affermata l'idea che chi governa debba essere sottratto al controllo e che qualsiasi osservazione critica costituisca un attacco personale.
È una concezione profondamente sbagliata.
Le interrogazioni, le interpellanze, le mozioni, gli accessi agli atti, le richieste di chiarimento e il controllo esercitato dall'opposizione non sono provocazioni. Sono strumenti ordinari della vita democratica. Esistono proprio perché nessuno governa senza dover rendere conto delle proprie decisioni.
Quando un'interrogazione viene vissuta come un'offesa personale, quando una domanda viene interpretata come un'aggressione e quando il dissenso viene dipinto come un atto di ostilità, il problema non è l'opposizione. Il problema è una cultura politica che ha smarrito il senso delle istituzioni.
Le istituzioni non appartengono a chi le governa. Appartengono ai cittadini. Chi amministra esercita un mandato temporaneo, non un diritto di proprietà. Ed è proprio il controllo democratico a garantire che quel mandato venga esercitato nell'interesse della collettività.
Accanto a questa arroganza prospera anche una morale di facciata. Si invoca il rispetto delle istituzioni soltanto quando si è destinatari di una critica. Si predica il dialogo mentre si delegittima chi dissente. Si parla di trasparenza, ma si vive ogni richiesta di spiegazione come una mancanza di rispetto.
È un moralismo selettivo. Una morale a corrente alternata.
La politica non è questo.
La politica è confronto, responsabilità e capacità di rispondere nel merito. Governare significa assumersi il peso delle decisioni e accettare che esse vengano discusse, contestate e sottoposte a verifica. L'opposizione non è un fastidio da sopportare, ma una componente essenziale dell'equilibrio democratico. Senza controllo, il potere tende inevitabilmente a chiudersi su sé stesso.
Ma sarebbe troppo semplice attribuire ogni responsabilità alla classe politica.
Esiste anche una cittadinanza che, troppo spesso, ha rinunciato al proprio spirito critico. Una parte dell'opinione pubblica vive ormai la politica come una tifoseria. Si applaude o si insulta in base all'appartenenza, non ai risultati. Si difendono le persone invece delle idee. Conta chi parla, non ciò che viene detto.
Anche questa è una delle ragioni del declino.
Quando gli elettori smettono di pretendere competenza, serietà e trasparenza, finiscono inevitabilmente per ottenere una politica sempre meno competente, meno seria e meno trasparente. Se il consenso viene costruito sugli slogan, sarà lo slogan a prevalere sulla qualità dell'amministrazione.
Il ritardo economico, il degrado culturale e l'impoverimento morale di molti territori non sono fenomeni casuali. Sono anche il risultato di una politica che ha preferito il consenso immediato alla costruzione di un progetto e di cittadini che, troppo spesso, hanno rinunciato a pretendere di più dai propri rappresentanti.
Una democrazia vive grazie ai partiti, ma solo se essi tornano a essere comunità politiche e non semplici comitati elettorali. Servono luoghi dove si studia, si discute, si cresce e si seleziona una classe dirigente all'altezza delle responsabilità che è chiamata ad assumere. Senza questo lavoro silenzioso, la politica diventa inevitabilmente una competizione tra ego.
E quando gli ego prendono il posto delle idee, la politica smette di servire i cittadini e comincia a servire sé stessa.
Karl Marx scriveva che la storia si ripete due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa. La scomparsa dei grandi partiti è stata una tragedia per la qualità della nostra democrazia. Ridurre oggi la politica, soprattutto quella locale, a una sequenza infinita di polemiche, vittimismi e scontri personali rischia di trasformare quella tragedia in una farsa.
Ma le farse, fuori dal teatro, non fanno ridere. Producono istituzioni più deboli, cittadini più sfiduciati e comunità sempre meno capaci di affrontare le sfide del presente.
Una democrazia non muore in un giorno. Si consuma lentamente. Ogni volta che il confronto viene sostituito dall'insulto. Ogni volta che il controllo viene scambiato per un'offesa. Ogni volta che il potere dimentica di essere un servizio e ogni volta che i cittadini rinunciano a esercitare il proprio spirito critico.
È così che non perde una maggioranza o un'opposizione.
Perde la politica.
E quando perde la politica, perde la democrazia.



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