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I crimini contro la vita li chiamano errori

Immagine del redattore: Luca Servodio
Luca Servodio
11 set
Tempo di lettura: 6 min

L’incendio di Airola non può essere archiviato come l’ennesima emergenza ambientale destinata a occupare per qualche giorno le cronache e poi a scomparire dall’agenda politica.

Quello che è accaduto nell’area industriale di Airola pone una domanda molto più grande: quale modello di sviluppo vogliamo per i nostri territori e quale idea di sicurezza, responsabilità e futuro vogliamo consegnare alle prossime generazioni?

Di fronte a fatti come questo, la politica non può limitarsi a chiedere nuovi controlli. I controlli sono indispensabili, ma arrivano dopo. La vera sfida è costruire una politica capace di prevenire, programmare e risanare.

Per troppo tempo abbiamo amministrato le emergenze invece di progettare il futuro. Abbiamo aspettato l’incendio per occuparci della sicurezza di un’area industriale, l’alluvione per ricordarci di un fiume, l’inquinamento per accorgerci della fragilità di un territorio.

Questa mentalità deve cambiare.

Dobbiamo tornare a pianificare.

Serve una nuova stagione della politica ambientale italiana, nella quale l’ambiente non sia considerato un settore separato, ma una componente fondamentale delle politiche economiche, industriali, urbanistiche e sociali.

Le nostre aree industriali devono essere ripensate e, dove necessario, ridisegnate. Molte sono nate in epoche nelle quali la priorità era creare rapidamente spazi per le attività produttive, mentre minore attenzione veniva riservata al rapporto tra industria, abitazioni, agricoltura, corsi d’acqua, falde e infrastrutture.

Oggi quel modello non è più sufficiente.

Un’area industriale moderna deve essere progettata conoscendo i rischi del territorio nel quale è inserita. Deve essere monitorata, dotata di adeguati sistemi di sicurezza e collegata a una rete di emergenza realmente efficace.

Le attività che trattano materiali pericolosi o rifiuti devono essere collocate secondo criteri rigorosi e trasparenti, considerando la distanza dagli abitati, la presenza di scuole e servizi, la vicinanza ai corsi d’acqua e la vulnerabilità complessiva del territorio.

Questo non significa essere contro l’industria.

Significa essere a favore di un’industria moderna, innovativa e responsabile.

Le imprese che investono in sicurezza, innovazione, economia circolare, riduzione dei rifiuti, risparmio energetico e qualità dei processi produttivi devono essere sostenute. Ma chi opera in condizioni che mettono a rischio lavoratori, cittadini o ambiente deve sapere che la sicurezza non è un adempimento burocratico: è una responsabilità.

E quando una tragedia avviene, non possiamo limitarci a parlare genericamente di “fatalità” o di “errore”. Dobbiamo verificare se esistevano segnali, controlli e strumenti che avrebbero potuto evitare ciò che è accaduto.

La sicurezza ambientale è prima di tutto una questione di responsabilità.

Allo stesso tempo, dobbiamo affrontare il problema delle aree industriali degradate, abbandonate o non più adeguate. Prima di consumare altro suolo dobbiamo avere il coraggio di recuperare quello che abbiamo già compromesso.

Rigenerare significa creare lavoro, attirare investimenti, migliorare la sicurezza e restituire valore a territori che oggi rappresentano spesso soltanto un costo.

Lo sviluppo non può essere misurato soltanto attraverso nuove costruzioni, nuove infrastrutture e nuovo consumo di territorio. Sviluppare significa anche recuperare, riqualificare, innovare e mettere in sicurezza.

La stessa logica deve essere applicata ai piccoli comuni.

L’Italia è fatta anche di centinaia di piccoli centri che custodiscono paesaggi, campagne, boschi, corsi d’acqua, patrimoni storici e comunità. Eppure proprio questi territori dispongono spesso di meno risorse tecniche ed economiche per affrontare problemi complessi.

Non possiamo chiedere a un piccolo Comune di affrontare da solo questioni che riguardano un’intera valle, un bacino idrografico o un sistema industriale sovracomunale.

Servono territori messi in rete, condivisione di competenze tecniche e ambientali, sistemi di monitoraggio comuni e una protezione civile capace di operare oltre i confini amministrativi.

Il piccolo Comune non deve essere considerato una periferia dimenticata. Può diventare uno dei luoghi nei quali sperimentare un nuovo modello di sviluppo: recuperando i centri storici, rigenerando le aree produttive, sostenendo l’agricoltura di qualità, valorizzando il turismo ambientale, creando comunità energetiche e riportando servizi essenziali nei territori interni.

E poi c’è l’acqua.

Troppi corsi d’acqua italiani sono stati trattati per decenni come elementi secondari del territorio. Fiumi, torrenti e canali sono stati cementificati, occupati, trasformati in scarichi o semplicemente abbandonati senza una manutenzione adeguata.

Non possiamo occuparci dei fiumi soltanto quando esondano o quando un incidente ambientale rischia di contaminarli.

Serve un grande Piano nazionale di risanamento dei corsi d’acqua, costruito sui bacini idrografici e non sui confini dei singoli comuni.

Ogni sistema fluviale dovrebbe avere una fotografia chiara del proprio stato ambientale: qualità delle acque, scarichi, criticità, presenza di rifiuti, stato degli argini, aree di rischio e interventi necessari.

Il principio deve essere semplice: conoscere per prevenire, prevenire per proteggere, risanare per restituire il territorio alle comunità.

Lo stesso vale per le bonifiche.

Un Paese che accumula per decenni siti contaminati senza riuscire a completarne il risanamento non può dirsi davvero moderno. Non basta individuare un’area contaminata e inserirla in un elenco. Servono risorse, responsabilità, tempi certi e risultati verificabili.

I cittadini devono sapere cosa è stato trovato, quali rischi esistono, chi deve intervenire, quali risorse sono disponibili e quando il risanamento dovrebbe essere completato.

Questa è anche una questione di democrazia.

La sicurezza ambientale non può esistere senza trasparenza.

I dati devono essere accessibili, comprensibili e aggiornati. Le comunità devono poter partecipare alle decisioni che riguardano il proprio territorio.

L’incendio di Airola ci ricorda inoltre che l’emergenza non conosce i confini amministrativi. L’aria, l’acqua, il suolo e gli ecosistemi non si fermano davanti al confine di un Comune.

Per questo occorre superare la frammentazione e costruire una responsabilità condivisa tra Stato, Regioni, Comuni, enti territoriali e soggetti economici.

Ma responsabilità condivisa non può significare responsabilità di nessuno.

Quando un rischio è conosciuto da anni, quando una bonifica rimane incompiuta o quando una criticità viene segnalata e non affrontata, bisogna poter individuare con chiarezza chi aveva il compito di intervenire e perché non lo ha fatto.

La prevenzione deve avere risorse, strumenti e soprattutto responsabili.

Questa visione riguarda anche le nostre città. Non possiamo continuare a costruire quartieri senza pensare ai trasporti, aree industriali senza pensare alla sicurezza, strade senza pensare al drenaggio delle acque e nuove infrastrutture senza valutarne l’impatto complessivo sul territorio.

Pianificare significa guardare contemporaneamente al presente e al futuro.

Significa decidere dove costruire, dove produrre, dove risanare, dove proteggere e dove, invece, fermarsi.

Per troppo tempo abbiamo confuso lo sviluppo con la semplice crescita delle superfici costruite e dei consumi di territorio. Ma sviluppo può significare anche rigenerazione, innovazione, sicurezza, energia pulita, economia circolare, manutenzione del territorio e tutela del paesaggio.

L’ambiente non è contro il lavoro. La sicurezza non è contro l’impresa. La prevenzione non è contro la crescita.

Al contrario, possono essere le condizioni per costruire un’economia più solida e duratura.

Tutto questo, però, non può essere affidato soltanto alle istituzioni. Abbiamo bisogno di una nuova passione civile.

Non della politica intesa come scontro permanente o come ricerca della prossima candidatura, ma della politica nel suo significato più alto: la capacità di una comunità di discutere, scegliere, assumersi responsabilità e costruire insieme il proprio futuro.

Una nuova passione civile significa conoscere il proprio territorio, chiedere trasparenza, pretendere amministrazioni competenti, partecipare alle decisioni e avere il coraggio di criticare ciò che non funziona.

Perché il territorio non è proprietà esclusiva delle amministrazioni.

È una responsabilità condivisa.

La nuova politica ambientale non deve essere una politica della paura. Deve essere una politica della speranza.

Speranza non significa ignorare i problemi. Significa affrontarli sapendo che possono essere risolti.

Possiamo avere aree industriali più sicure. Possiamo risanare i nostri corsi d’acqua. Possiamo recuperare territori degradati. Possiamo rendere più vivibili le nostre città. Possiamo dare nuove opportunità ai piccoli comuni.

Ma per farlo serve una scelta politica.

Serve un programma nazionale, sostenuto dalle Regioni e costruito insieme ai Comuni, per la messa in sicurezza delle aree industriali, il risanamento dei corsi d’acqua, la bonifica dei territori contaminati, la rigenerazione delle aree degradate e il rafforzamento dei piccoli comuni.

Serve mettere insieme ambiente, industria, urbanistica, agricoltura, mobilità, energia e politiche sociali.

E soprattutto serve restituire alla politica la capacità di guardare lontano.

Non una politica fatta soltanto di divieti, ma una politica fatta di progetti.

Non una politica che arriva dopo il disastro, ma una politica che prova ad anticiparlo.

Non una politica che contrappone lavoro e ambiente, ma una politica capace di dimostrare che sicurezza ambientale, qualità della vita, innovazione e sviluppo economico possono stare dalla stessa parte.

L’Italia ha bisogno di tornare a progettare il proprio territorio.

Dopo Airola non possiamo limitarci ad aspettare il prossimo incendio, il prossimo corso d’acqua contaminato o la prossima emergenza.

Dobbiamo avere il coraggio di cambiare prima.

L’incendio di Airola deve essere un monito, ma può diventare anche un punto di partenza: per chiedere più prevenzione, più pianificazione, più sicurezza, più risanamento e più responsabilità.

Un punto di partenza per tornare a parlare di sviluppo, chiedendoci però quale sviluppo vogliamo.

E soprattutto per ricordarci che una comunità che smette di prendersi cura dei propri luoghi rischia, prima o poi, di smettere di prendersi cura anche di sé stessa.

Prendersi cura dei luoghi significa prendersi cura delle persone.

E prendersi cura delle persone, in fondo, è ancora una delle forme più alte e concrete di fare politica.

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