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La vetrina infranta fa notizia. La violenza del sistema resta invisibile.

Immagine del redattore: Luca Servodio
Luca Servodio
42 minuti fa
Tempo di lettura: 8 min

Autotrasportatori e agricoltori alzano la voce. Prima di condannarli, chiediamoci perché sono arrivati a protestare. Perché non c'è soltanto la rabbia di chi blocca una strada: c'è anche l'ingiustizia di un sistema economico che mette in ginocchio chi produce e premia chi specula.

C'è una domanda che dovremmo porci prima di condannare uno sciopero o un blocco stradale: quanta violenza subisce ogni giorno chi lavora, senza che questa violenza faccia notizia?

Siamo pronti a indignarci per una strada bloccata, una consegna in ritardo o una giornata di lavoro compromessa. È comprensibile: i disagi esistono e ricadono anche su cittadini che non hanno alcuna responsabilità. Ma perché la stessa indignazione non si manifesta quando un agricoltore vende i propri prodotti a prezzi che non coprono i costi, quando un autotrasportatore vede i margini divorati dal carburante, dai pedaggi e dalle assicurazioni, oppure quando il valore del lavoro viene sistematicamente schiacciato lungo la filiera?

Perché il disagio di chi consuma deve essere immediatamente visibile, mentre quello di chi produce può restare invisibile per anni?

La violenza non riguarda soltanto i pugni, le minacce o gli scontri. Esiste anche una violenza economica e sociale, esercitata attraverso rapporti di forza tanto squilibrati da lasciare chi lavora senza un'autentica libertà di scelta. È la violenza di chi è costretto a lavorare in perdita, di chi vede i propri sacrifici svalutati e di chi rischia di perdere la propria azienda mentre altri, lungo la filiera, impongono prezzi e condizioni grazie a una maggiore forza contrattuale.

Un agricoltore può investire mesi di lavoro, anticipare i costi di sementi, gasolio, fertilizzanti, acqua e macchinari, affrontare i rischi del maltempo e delle malattie delle colture, per poi scoprire che il prezzo riconosciutogli non copre neppure le spese. Il prodotto arriva sugli scaffali a un prezzo molto più alto. Non ogni differenza di prezzo equivale a un profitto ingiusto, perché trasporto, conservazione, trasformazione e distribuzione hanno costi reali. Ma è legittimo chiedersi come venga distribuito il valore quando chi produce rischia di fallire e chi compra continua a pagare caro. Per questo servono trasparenza sui prezzi e controlli sui margini lungo la filiera.

Lo stesso vale per gli autotrasportatori. Senza di loro le merci non arrivano nei negozi, le aziende non ricevono le materie prime e l'economia rallenta. Eppure, troppo spesso, il lavoro di chi guida per ore e sostiene costi crescenti viene trattato come una voce da comprimere, anziché come una componente essenziale del sistema produttivo.

La contraddizione è evidente: la società dipende da chi produce e trasporta, ma il mercato non garantisce automaticamente una remunerazione dignitosa. Quando il lavoro non consente più di vivere e un'attività diventa una corsa continua per evitare il fallimento, non siamo davanti a un semplice problema individuale, ma a una questione sociale e politica.

Per decenni ci è stato raccontato che il mercato avrebbe sistemato ogni cosa, che la concorrenza avrebbe premiato i più efficienti e che la crescita avrebbe portato benefici a tutti. Ma quale concorrenza esiste quando migliaia di piccoli produttori devono confrontarsi con pochi grandi compratori? Quale libertà ha un lavoratore autonomo quando accettare condizioni svantaggiose può essere l'unico modo per continuare a lavorare?

Il problema è un modello economico nel quale il potere contrattuale è distribuito in modo profondamente diseguale e il successo viene spesso misurato attraverso la riduzione dei costi, anche quando questi ricadono sulle persone, sui territori e sull'ambiente.

È questa la critica da rivolgere al capitalismo nella sua attuale configurazione neoliberista: all'idea che le sue logiche debbano prevalere su ogni altro valore, che la tutela sociale sia un intralcio e che le conseguenze delle decisioni economiche debbano essere sopportate soprattutto da chi ha meno potere.

Quando il profitto diventa l'unico criterio, il lavoro rischia di trasformarsi in una merce da pagare il meno possibile. La libertà economica di alcuni può così diventare la dipendenza di molti altri. Un sistema che celebra la libertà di mercato finisce spesso per lasciare chi lavora senza una reale possibilità di scegliere le proprie condizioni.

In Italia, il rapporto tra grandi gruppi industriali, potere politico e denaro pubblico merita una discussione seria e documentata. Per troppo tempo si è parlato di sostegni pubblici alle imprese senza pretendere con sufficiente chiarezza risultati verificabili in termini di occupazione, investimenti, innovazione e sviluppo.

La storia della famiglia Agnelli e della FIAT - oggi inserita nel gruppo Stellantis - è emblematica del lungo intreccio tra industria privata, intervento statale e trasformazioni del sistema produttivo italiano. Per decenni l'industria automobilistica ha beneficiato di interventi pubblici in diverse forme e stagioni storiche. Questo rapporto deve essere giudicato sulla base dei fatti e dei risultati, senza sottrarlo al dibattito pubblico.

La domanda è semplice: quando un'impresa beneficia di risorse pubbliche, quali obblighi deve assumersi verso la collettività?

Non è accettabile che i benefici siano privatizzati e i costi scaricati sulla società. I sostegni pubblici devono prevedere condizioni trasparenti, impegni verificabili e conseguenze in caso di mancato rispetto degli accordi. Le risorse dei contribuenti non possono diventare una garanzia permanente per i grandi gruppi mentre lavoratori, fornitori e piccoli imprenditori vengono lasciati soli ad affrontare le crisi.

Lo stesso principio vale per le infrastrutture. L'Italia non può discutere di competitività ignorando le conseguenze di scelte che hanno privilegiato determinati modelli di trasporto, mentre il trasferimento delle merci su ferro ha incontrato ostacoli infrastrutturali, organizzativi e politici.

Il trasporto ferroviario non può sostituire ogni viaggio su strada, ma può ridurre il traffico pesante, le emissioni e la dipendenza dal carburante, se esistono collegamenti efficienti e una rete integrata. Un Paese che vuole rendere più sostenibile la propria economia deve investire nelle alternative, non limitarsi a chiedere sacrifici a chi trasporta le merci.

Occorre quindi chiedersi quali governi abbiano stabilito le priorità, quali investimenti siano stati rinviati e quali interessi abbiano orientato le scelte. Non basta invocare la modernizzazione quando mancano infrastrutture adeguate, né parlare di transizione ecologica se il sistema continua a dipendere in larga misura dalla strada.

C'è poi il problema dell'uso dei soldi pubblici da parte delle amministrazioni locali. Ogni finanziamento europeo, nazionale o regionale dovrebbe rispondere a un bisogno reale e produrre risultati utili e duraturi. Eppure, troppe volte, sembra prevalere una logica perversa: il finanziamento è disponibile, quindi bisogna spenderlo, senza chiedersi abbastanza se l'opera sia necessaria, sostenibile e coerente con le esigenze del territorio.

Si costruisce, si inaugura, si taglia un nastro e si pubblica una fotografia. Poi arrivano i problemi: manutenzione assente, servizi mai attivati, edifici sottoutilizzati e opere che non rispondono alle necessità per cui erano state progettate.

Quando una strada viene realizzata senza adeguate valutazioni geologiche, senza una corretta gestione delle acque o senza manutenzione, non è in gioco soltanto lo spreco economico, ma anche la sicurezza delle persone e la prevenzione del dissesto idrogeologico.

Non ogni opera incompiuta è frutto di incapacità e non ogni cedimento è automaticamente responsabilità di una cattiva amministrazione. Ma ogni fallimento deve essere analizzato, ogni responsabilità accertata e ogni errore corretto.

I finanziamenti pubblici non sono denaro senza proprietario. Appartengono alla collettività e provengono anche dal lavoro, dalle imposte e dai sacrifici dei cittadini. Sprecarli significa sottrarre risorse a scuole, sanità, trasporti, manutenzione e servizi essenziali. Amministrare non significa spendere i fondi disponibili, ma trasformarli in servizi, sicurezza, lavoro e futuro. La capacità amministrativa si misura dai problemi risolti, non dal numero di progetti annunciati.

Arriviamo allora agli scioperi e ai blocchi stradali. Ma ridurre tutto alla condanna di chi occupa una strada significherebbe guardare il sintomo e rifiutarsi di esaminare la malattia.

Prima di giudicare una protesta, bisogna chiedersi quali tentativi di dialogo siano stati compiuti, quali richieste siano state ignorate e quali condizioni economiche abbiano spinto persone che lavorano a interrompere la propria attività.

La protesta può essere scomoda e può anche commettere errori, ma la sua scomodità non cancella automaticamente le ragioni di chi protesta. Comprenderle, naturalmente, non significa giustificare qualsiasi comportamento.

Se vogliamo evitare che la rabbia sociale si trasformi in uno scontro permanente, dobbiamo impedire che le persone siano messe le une contro le altre. Il cittadino bloccato nel traffico non è necessariamente il nemico dell'autotrasportatore, così come il consumatore che fatica a fare la spesa non è il nemico dell'agricoltore. Entrambi possono subire, in modi diversi, gli effetti di una filiera che non distribuisce equamente costi, rischi e benefici.

La domanda non è soltanto chi abbia provocato il disagio oggi, ma perché una parte del mondo del lavoro ritenga di non avere più strumenti efficaci per farsi ascoltare. Perché chi produce ricchezza debba lottare per ottenere una remunerazione dignitosa? E perché le istituzioni sembrino talvolta più rapide nel condannare le proteste che nel risolvere i problemi che le alimentano?

Qui torna attuale la lezione di don Lorenzo Milani, che ci invita a guardare il mondo attraverso la condizione degli ultimi e non soltanto attraverso le regole stabilite dai più forti. Nella Lettera a una professoressa, scritta dalla scuola di Barbiana, leggiamo:

«Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri miei stranieri.»

Queste parole non sono un invito all'odio, ma un invito a cambiare prospettiva e a non fermarsi alle gerarchie consolidate. Ci chiedono di capire chi abbia voce, chi possa difendere i propri interessi e chi sia costretto ad accettare condizioni decise da altri.

Applicare questa lezione al mondo di oggi significa guardare agli agricoltori che rischiano di perdere le proprie aziende, agli autotrasportatori schiacciati dai costi, ai lavoratori precari, alle famiglie che non arrivano a fine mese e ai piccoli imprenditori che faticano a competere con operatori molto più grandi.

Significa rifiutarsi di misurare la dignità delle persone esclusivamente sulla loro capacità di produrre profitto. Significa anche non trasformare ogni protesta in una battaglia tra buoni e cattivi. Le ragioni devono essere ascoltate, le responsabilità accertate e i diritti di tutti rispettati. La solidarietà non è un assegno in bianco, ma la volontà di comprendere le cause dell'ingiustizia e di intervenire per rimuoverle.

Se vogliamo meno blocchi stradali, dobbiamo costruire le condizioni perché le persone non siano costrette a considerarli l'ultima possibilità per ottenere ascolto.

Servono contratti equi, trasparenza nella formazione dei prezzi, strumenti contro le pratiche commerciali sleali e controlli efficaci sulle filiere. Servono sostegni alle aziende agricole in difficoltà, infrastrutture ferroviarie adeguate, trasporti più sostenibili e amministrazioni capaci di utilizzare responsabilmente le risorse pubbliche.

Servono anche regole chiare per i sostegni alle grandi imprese, affinché il denaro della collettività produca benefici verificabili per la collettività stessa. E serve un confronto politico che non si limiti a invocare l'ordine quando esplode il conflitto, ma sappia prevenirne le cause.

Non si tratta di sostenere indiscriminatamente ogni protesta né di negare i disagi provocati a chi non c'entra. Si tratta di riconoscere che legalità e giustizia sociale non sono necessariamente in contrapposizione: una società democratica deve saper garantire entrambe.

La vera domanda è se siamo disposti a guardare oltre la strada bloccata e a vedere il lavoro che non viene remunerato adeguatamente, le aziende che chiudono, i territori che si impoveriscono, le infrastrutture che mancano e le risorse pubbliche che non producono i risultati attesi.

Perché una strada libera non è, da sola, il segno di un Paese giusto. Può essere anche la strada silenziosa di chi ha smesso di protestare perché non crede più che qualcuno lo ascolterà.

La pace sociale non si costruisce mettendo a tacere chi soffre. Si costruisce rimuovendo le ragioni della sofferenza.

E se davvero vogliamo capire da che parte stare, torniamo alla domanda di don Milani: chi sono oggi i diseredati e gli oppressi, e chi dispone del potere di decidere sulle loro vite?

La risposta non può essere affidata alla propaganda, ma ai fatti, alle responsabilità e alle scelte politiche. È da lì che bisogna ripartire: dalla dignità del lavoro, dall'uso responsabile del denaro pubblico e da un'economia che torni a essere uno strumento al servizio delle persone, non le persone strumenti al servizio del profitto.

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