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L’energia dei cittadini, i profitti del capitale

Immagine del redattore: Luca Servodio
Luca Servodio
3 ott
Tempo di lettura: 5 min

La vicenda dei prezzi dell'energia e dei carburanti racconta molto più di una semplice dinamica di mercato. Racconta il rapporto tra grandi imprese, Stato, cittadini e distribuzione della ricchezza. E pone una domanda politica che troppo spesso viene lasciata ai margini del dibattito: chi beneficia realmente della ricchezza prodotta dal sistema economico?

Negli ultimi anni, le grandi società energetiche hanno registrato profitti enormi, mentre famiglie e imprese hanno dovuto fare i conti con bollette, carburanti e costi di produzione crescenti. La crisi energetica ha prodotto una redistribuzione della ricchezza che non è stata neutrale: una parte consistente dei costi è ricaduta sui consumatori, mentre alcuni operatori della filiera energetica hanno beneficiato dell'aumento dei prezzi e dei margini.

È questo il punto dal quale bisognerebbe partire.

Le imprese energivore, da una parte, chiedono e ricevono interventi pubblici per ridurre il peso dei costi energetici e mantenere competitiva la produzione. Le grandi società energetiche, dall'altra, possono beneficiare delle condizioni internazionali che determinano il prezzo delle materie prime e dei margini lungo la filiera. E in mezzo ci sono i cittadini, che non possono scegliere se consumare energia oppure no. Possono soltanto pagare.

Ma quando parliamo di un bene essenziale come l'energia, il problema non può essere lasciato esclusivamente alla logica del mercato. Perché l'energia non è una merce qualsiasi. Senza energia non esiste produzione industriale, non funzionano i trasporti, gli ospedali, le abitazioni e, in definitiva, non può funzionare la stessa economia. Proprio per questo, il modo in cui vengono prodotti e distribuiti i profitti dell'energia dovrebbe essere considerato una questione di interesse nazionale.

Il caso Eni è emblematico. Eni è un grande gruppo integrato e i suoi risultati economici non dipendono semplicemente dal prezzo della benzina venduta al distributore. Il gruppo opera nell'esplorazione e produzione di petrolio e gas, nella raffinazione, nella chimica, nel gas, nel GNL e nelle energie rinnovabili. Nel 2024 Eni ha registrato un utile netto consolidato attribuibile agli azionisti di 2,624 miliardi di euro, mentre l'utile della sola Eni S.p.A. è stato di 6,419 miliardi. Sono numeri che rendono evidente la dimensione economica del gruppo.

Per questo, la decisione di introdurre temporaneamente un tetto al prezzo della benzina e del gasolio nelle stazioni Eni può essere letta, come sostiene il professor Volpi, anche come «un'operazione di marketing».

Non significa che per il consumatore qualche centesimo in meno al litro non abbia valore. In una fase nella quale il costo della vita pesa sui bilanci familiari, anche una riduzione del prezzo può essere importante. Il problema è capire la proporzione tra il sacrificio economico dell'impresa e il beneficio commerciale e d'immagine che l'operazione può produrre.

Secondo l'interpretazione del professor Volpi, la riduzione temporanea del prezzo alla pompa riguarda soltanto una parte della gigantesca catena economica nella quale opera un gruppo come Eni. I grandi risultati finanziari vengono determinati soprattutto dalle attività a monte e dalle condizioni internazionali dei mercati energetici.

Se questa lettura è corretta, allora il prezzo calmierato alla pompa non mette in discussione il meccanismo fondamentale attraverso cui vengono prodotti e distribuiti i profitti. Una riduzione temporanea del prezzo può essere molto visibile per il cittadino senza necessariamente rappresentare un sacrificio proporzionale per il grande gruppo che la applica. Può, inoltre, avere un ritorno commerciale, attirando automobilisti verso la rete del gruppo e aumentando i volumi di vendita.

Ed è qui che entra in gioco la politica.

Il problema è capire quando il profitto diventa rendita e quando una parte eccessiva della ricchezza prodotta rimane concentrata nelle mani di chi possiede il capitale.

Ma produrre ricchezza non significa automaticamente distribuirla in modo equo. Un'impresa può aumentare gli utili mentre i salari reali ristagnano. Un gruppo può distribuire dividendi mentre milioni di famiglie riducono i consumi per pagare le bollette. Un'azienda può aumentare il proprio valore mentre il lavoratore che contribuisce quotidianamente a produrlo vede crescere molto meno il proprio reddito.

Non basta, quindi, chiedersi quanto cresce il PIL. Bisognerebbe anche capire quanta parte della ricchezza prodotta ritorna alla società attraverso salari, investimenti, imposte e servizi.

Lo Stato non è un soggetto estraneo all'economia. Costruisce infrastrutture, forma lavoratori, finanzia la ricerca, garantisce sicurezza, realizza reti di trasporto e stabilisce le regole entro le quali le imprese operano. Quando arrivano le crisi, inoltre, è spesso lo Stato a intervenire. Lo abbiamo visto durante la pandemia e lo abbiamo visto durante la crisi energetica, con incentivi, garanzie pubbliche, agevolazioni e sostegni alle imprese.

Se lo Stato interviene per proteggere il sistema economico nei momenti difficili, allora è legittimo domandarsi se, nei periodi di profitti eccezionali, una parte maggiore di quella ricchezza debba tornare alla collettività.

Questa non è una questione tecnica. È una scelta politica.

Si può decidere di lasciare una maggiore quantità di ricchezza nelle mani del capitale, confidando che investimenti e mercato producano successivamente benefici diffusi. Oppure si può scegliere di utilizzare maggiormente la leva fiscale per redistribuire una parte dei profitti straordinari e finanziare sanità, scuola, trasporti, welfare, riduzione delle bollette e sostegno ai redditi più bassi.

Sono due visioni differenti del rapporto tra economia e società.

Ed è proprio per questo che la discussione sugli extraprofitti energetici non dovrebbe essere archiviata come una disputa contabile. Quando un'impresa realizza profitti straordinari in una fase nella quale milioni di persone subiscono l'aumento del costo dell'energia, il tema della tassazione diventa inevitabilmente politico.

Naturalmente, bisogna evitare una tassazione costruita in modo improvvisato o tale da scoraggiare investimenti e produzione. Ma questo non significa che ogni discussione sulla tassazione dei profitti straordinari debba essere considerata un attacco alle imprese. Significa, al contrario, stabilire quale equilibrio vogliamo tra capitale privato e interesse pubblico.

Ed è proprio qui che torna la questione della proprietà dell'energia.

Il professor Volpi indica, tra le possibili strade, anche una maggiore presenza pubblica e una possibile rinazionalizzazione dei settori strategici dell'energia. È una posizione politica che può essere discussa e contestata, ma che pone una domanda fondamentale: un settore così importante per la sicurezza economica e sociale del Paese può essere lasciato interamente alle logiche del mercato e della remunerazione del capitale privato?

La risposta non è scontata. Ma sarebbe sbagliato anche evitare la domanda.

Perché, se l'energia è strategica, allora anche il modo in cui viene governata è strategico. E se una parte della ricchezza prodotta dall'energia finisce sotto forma di dividendi e remunerazione del capitale, mentre una parte crescente dei costi viene sostenuta dalle famiglie e dalla fiscalità generale, allora il problema non riguarda soltanto il prezzo della benzina.

Riguarda il modello economico. Riguarda chi possiede la ricchezza. Riguarda chi prende le decisioni. Riguarda quanto potere abbia la politica nei confronti dei grandi interessi economici. E riguarda soprattutto la capacità dello Stato di rappresentare l'interesse collettivo.

La ricchezza prodotta dall'intera società viene progressivamente concentrata, mentre i costi delle crisi vengono socializzati. I profitti restano privati. Le perdite, quando arrivano, diventano spesso un problema pubblico.

È questa asimmetria che dovrebbe essere messa al centro della discussione.

Perché una democrazia non può essere soltanto il luogo nel quale si vota per scegliere chi governa. Deve essere anche il luogo nel quale si decide come distribuire il potere economico e la ricchezza prodotta dal Paese.

E forse la vera domanda da rivolgere alla politica non è quanto costerà la benzina domani.

È un'altra: quanto della ricchezza prodotta dall'economia italiana deve rimanere nelle mani di chi possiede il capitale e quanto deve tornare alla collettività che, direttamente o indirettamente, contribuisce a produrla?

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