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Il Paese reale e la politica che non lo vede

Immagine del redattore: Luca Servodio
Luca Servodio
6 set
Tempo di lettura: 4 min

Mentre la sinistra continua a interrogarsi sulla propria leadership e la destra discute di equilibri interni, consenso e nuovi protagonisti, fuori dai palazzi della politica c'è un'altra Italia.

È l'Italia che ogni giorno guarda il conto della spesa, la bolletta, il prezzo della benzina, l'affitto o la rata del mutuo. È l'Italia che alla fine del mese si pone una domanda semplice: quanto mi rimane davvero?

È l'Italia dei lavoratori, dei pensionati, degli artigiani, dei commercianti, dei professionisti e dei piccoli imprenditori. Di chi apre ogni mattina un negozio, una fabbrica, uno studio o un laboratorio. Di chi produce, risparmia, paga le tasse e manda avanti il Paese senza fare rumore.

È proprio questa Italia che la politica rischia di non vedere più.

I dati macroeconomici raccontano un Paese che cresce, ma una crescita dello 0,5% del PIL nel 2025 e le prospettive positive per gli anni successivi non bastano, da sole, a raccontare la condizione delle famiglie. Il PIL misura la ricchezza prodotta. Non misura automaticamente la serenità di chi deve pagare una casa, crescere dei figli e arrivare alla fine del mese.

Il vero problema è allora un altro: chi beneficia della crescita?

Se i salari perdono potere d'acquisto, se il costo della vita rimane elevato e se lavorare non garantisce più una reale possibilità di migliorare la propria condizione, qualcosa non funziona. Il lavoro dovrebbe essere il principale strumento di emancipazione sociale. Non può diventare semplicemente il modo attraverso il quale si cerca di sopravvivere.

E questo riguarda anche la povertà. Milioni di italiani vivono ancora in condizioni di grave difficoltà e una parte significativa degli stessi occupati rimane esposta al rischio di povertà. Significa che avere un lavoro è fondamentale, ma non sempre è più sufficiente.

Davanti a questa realtà la politica dovrebbe fermarsi e cambiare priorità.

Meno attenzione alla guerra quotidiana sui social e più attenzione a salari, produttività, casa, formazione, imprese e servizi pubblici. Meno promesse e più capacità di spiegare come realizzarle.

La ricchezza prodotta deve tornare a circolare nel Paese. Deve diventare investimenti, salari migliori, imprese più competitive, occupazione qualificata e opportunità per i giovani. Chi lavora deve poter vivere dignitosamente del proprio lavoro. Chi risparmia deve poter vedere tutelati i sacrifici di una vita. E chi attraversa una difficoltà deve poter contare su uno Stato capace di aiutare senza trasformare l'assistenza in dipendenza.

Ma l'Italia deve ritrovare ambizione anche fuori dai propri confini.

Essere europei e occidentali non significa essere spettatori. Significa avere la forza di costruire una propria strategia. L'Italia è nel cuore del Mediterraneo, è la frontiera meridionale dell'Europa e possiede relazioni storiche ed economiche con Africa, Medio Oriente e resto del mondo. Questa posizione dovrebbe essere una risorsa strategica.

Non si tratta di essere equidistanti. Si tratta di avere una politica estera adulta, capace di difendere gli interessi italiani, costruire relazioni economiche ed energetiche e utilizzare la diplomazia come strumento di sicurezza.

La pace non significa resa e la diplomazia non significa debolezza. Al contrario, richiedono forza, credibilità e capacità politica. L'Italia dovrebbe avere l'ambizione di essere un Paese che propone, media e costruisce ponti, non semplicemente uno che aspetta di sapere cosa hanno deciso gli altri.

Ed è qui che arriviamo al problema centrale della politica italiana.

Non abbiamo soltanto bisogno di nuovi leader. Abbiamo bisogno di una nuova direzione.

La sinistra non può pensare che basti cambiare candidato per tornare competitiva. Deve tornare a parlare di lavoro, salari, casa, mobilità sociale e futuro. Ma anche la destra non può pensare che il consenso elettorale sia sufficiente. Governare significa assumersi responsabilità e avere una visione dell'Italia tra dieci, venti e trent'anni.

Il consenso non può essere il fine ultimo della politica. È lo strumento attraverso il quale realizzare un progetto.

Per questo dobbiamo tornare alle domande fondamentali: come aumentiamo i salari? Come rendiamo conveniente assumere? Come sosteniamo chi produce? Come difendiamo il risparmio? Come diamo ai giovani la possibilità di costruire una famiglia? Come affrontiamo il declino demografico? Come rendiamo scuola e università strumenti reali di mobilità sociale? Come riduciamo la burocrazia e rendiamo lo Stato più efficiente?

E soprattutto: come restituiamo agli italiani la sensazione che studiare, lavorare, risparmiare e costruire qualcosa abbia ancora un senso?

Queste dovrebbero essere le vere domande della politica.

L'Italia non ha bisogno dell'ennesima tifoseria. Non ha bisogno di profeti, salvatori della patria o uomini della provvidenza. Ha bisogno di una classe dirigente capace di guardare oltre il prossimo sondaggio e la prossima elezione.

Una classe dirigente capace anche di dire la verità quando la verità non porta voti.

Perché l'Italia le energie le ha. Ha imprese competitive, lavoratori qualificati, risparmio privato, università, ricerca, cultura e una posizione geografica che potrebbe renderla centrale nei nuovi equilibri internazionali.

Quello che manca troppo spesso non è la capacità.

È la direzione.

Ed è da qui che dovrebbe cominciare il risveglio.

Un risveglio economico, perché la crescita deve significare benessere diffuso. Un risveglio sociale, perché nessuno dovrebbe essere lasciato solo davanti alle difficoltà. Un risveglio internazionale, perché l'Italia deve tornare a considerarsi protagonista. Ma soprattutto un risveglio civile: il risveglio di un Paese che smetta di chiedersi soltanto chi sarà il prossimo leader e torni a chiedersi quale futuro vuole costruire.

La politica non dovrebbe essere soltanto la competizione per occupare il potere. Dovrebbe essere la capacità di immaginare un Paese migliore e di assumersi la responsabilità di costruirlo.

L'Italia che lavora, produce, studia, risparmia e cresce figli non chiede miracoli.

Chiede una strada.

E quella strada non arriverà da sola.

Dovremo costruirla insieme.

È tempo di un risveglio.

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