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Pasolini oltre le citazioni: il pensiero che disturba ancora

  • Immagine del redattore: Luca Servodio
    Luca Servodio
  • 11 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

Negli ultimi anni, la figura di Pier Paolo Pasolini è stata sempre più spesso piegata alle esigenze del presente, tirata da una parte e dall’altra come un abito che si stringe o si allarga a seconda della convenienza. Un destino paradossale per un intellettuale che, per tutta la vita, ha rifiutato le semplificazioni e le appropriazioni ideologiche, scegliendo invece la via più scomoda: quella della consapevolezza critica.

Pasolini non è stato soltanto uno scrittore, ma uno dei pochi osservatori realmente capaci di comprendere - e soprattutto di anticipare - le trasformazioni profonde della società italiana. La sua analisi non si limitava alla superficie dei fenomeni: scavava nelle mutazioni culturali, nei cambiamenti antropologici, nelle derive invisibili che avrebbero ridefinito il volto del Paese. Ed è proprio questa profondità che oggi viene troppo spesso ridotta a slogan, citazioni isolate o interpretazioni di comodo.

Il suo cinema rappresenta forse la forma più concreta e radicale di questa visione. Non un semplice complemento alla sua attività teorica, ma una sua estensione necessaria. Film come Accattone e Mamma Roma restituiscono un mondo marginale che oggi rischiamo di non saper più leggere: quello delle borgate, del sottoproletariato, di una umanità esclusa ma ancora dotata di una propria autenticità. Pasolini non guarda a queste figure con paternalismo, né le idealizza in senso politico tradizionale: vi riconosce piuttosto un residuo culturale non ancora assimilato dalla macchina del consumismo.

È proprio qui che emerge il carattere “eretico” del suo marxismo. Lontano dalle ortodossie, Pasolini individua nel sottoproletariato un ultimo baluardo contro l’omologazione culturale, mentre osserva con crescente diffidenza la società dei consumi e la sua capacità di uniformare desideri, linguaggi e identità.

Questa tensione si traduce, sul piano stilistico, in un cinema che sfugge a ogni classificazione. In Il Vangelo secondo Matteo, ad esempio, la dimensione religiosa si intreccia con una visione profondamente politica: il Cristo pasoliniano è umano, rivoluzionario, quasi scandalosamente vicino agli ultimi. È un simbolo che rompe gli schemi, proprio come il pensiero del suo autore.

Ma è nelle opere più tarde che la critica pasoliniana si fa radicale e disturbante. Salò o le 120 giornate di Sodoma non è soltanto un film provocatorio: è una diagnosi spietata del potere contemporaneo. Qui il dominio non ha più bisogno di giustificazioni ideologiche; si manifesta come violenza pura, come controllo totale sui corpi, come riduzione dell’individuo a oggetto.

È la rappresentazione estrema di quel “vuoto di potere” di cui Pasolini parla nei suoi scritti.

Nell’articolo Il vuoto del potere, Pasolini compie una distinzione fondamentale tra fascismo sostantivo e fascismo aggettivo. Il primo indica la continuità storica di un autoritarismo strutturale e sistemico, un potere concreto che domina con violenza organizzata. Il secondo, invece, è più subdolo: è il fascismo “al negativo”, che si manifesta non tanto come regime formale quanto come condizionamento culturale, consenso passivo e complicità quotidiana. È il fascismo che sopravvive anche in assenza di dittature evidenti, presente nel comportamento collettivo, nelle relazioni sociali e nei piccoli adattamenti di ciascuno al potere. Questa distinzione rende ancora più chiara la sua diagnosi: il pericolo non è solo nei governi o nei partiti, ma nella società intera che si lascia plasmare dall’omologazione e dal consumismo.

Ed è forse proprio questo il punto che oggi si tende a rimuovere. Pasolini non è facilmente conciliabile con le narrazioni rassicuranti del presente. La sua critica alla modernità, alla televisione, al consumismo - ciò che lui stesso definiva una vera e propria “mutazione antropologica” - resta ancora profondamente attuale, ma anche scomoda. Perché chiama in causa tutti: non solo le strutture del potere, ma anche i comportamenti quotidiani, le complicità diffuse, le trasformazioni interiori.

Ridurre Pasolini a un’icona da celebrare o a una voce da citare selettivamente significa tradirne il senso più autentico. La sua opera, scritta e filmica, non offre consolazioni né soluzioni facili: è un invito continuo a guardare oltre le apparenze, a interrogare criticamente il presente, a riconoscere le forme nuove - e spesso invisibili - del dominio.

In un’epoca che tende a semplificare tutto, Pasolini resta, ostinatamente, una figura irriducibile. Ed è forse proprio per questo che continua a essere frainteso.


Si consiglia: "Il vuoto del potere" ovvero "l'articolo delle lucciole" di Pier Paolo Pasolini - Corriere della Sera, 1 febbraio 1975 - https://www.eticapa.it/eticapa/wp-content/uploads/2015/05/Pasolini-larticolo-delle-lucciole.pdf

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