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Peppino Impastato: la bellezza come forma di resistenza

  • Immagine del redattore: Luca Servodio
    Luca Servodio
  • 30 mag
  • Tempo di lettura: 5 min

Peppino Impastato è stato una delle figure più significative della storia civile e politica italiana del Novecento, un militante comunista che trasformò la lotta contro la mafia in una battaglia per la giustizia sociale, la libertà e la dignità degli ultimi.

La sua vita racconta il coraggio di chi ha scelto di opporsi alla mafia non soltanto dall’esterno, ma dall’interno stesso di una famiglia mafiosa. La sua vicenda umana rappresenta il conflitto tra libertà e paura, tra verità e omertà, tra il desiderio di giustizia e il peso di una cultura che impone il silenzio.

Nato a Cinisi, in Sicilia, nel 1948, Peppino cresce in un ambiente profondamente legato a Cosa Nostra. Il padre Luigi aveva rapporti con ambienti mafiosi, mentre lo zio Cesare Manzella era uno dei boss più influenti della zona. In un contesto simile, il destino sembrava già deciso: rispettare le regole non scritte della mafia, tacere e accettare il potere dei boss come qualcosa di inevitabile. Ma Peppino sceglie una strada completamente diversa.

Fin da giovane comprende che la mafia non è soltanto un’organizzazione criminale, ma un sistema di potere che controlla la società attraverso la paura, il ricatto e l’omertà. Capisce che il vero dominio mafioso si fonda soprattutto sull’abitudine della gente a convivere con l’ingiustizia. Per questo decide di ribellarsi, rompendo ogni legame con il mondo mafioso della propria famiglia e scegliendo la strada dell’impegno politico e culturale.

Negli anni Sessanta e Settanta la Sicilia vive un periodo di forti tensioni sociali. La povertà, l’emigrazione, le speculazioni edilizie e i rapporti tra mafia, politica e affari segnano profondamente il territorio. In molti paesi siciliani la mafia non esercita il proprio potere soltanto con la violenza, ma anche attraverso il controllo culturale e sociale. Si pretende obbedienza, silenzio e rassegnazione. Peppino comprende che per combattere davvero la mafia bisogna prima di tutto spezzare questo silenzio.

La sua scelta politica nasce proprio da questa convinzione. Peppino era comunista e vedeva nella lotta sociale uno strumento fondamentale per liberare il popolo siciliano dalle ingiustizie e dall’oppressione mafiosa. La sua militanza non era teorica o distante dalla realtà: nasceva dall’osservazione concreta delle condizioni di vita dei lavoratori, dei contadini e degli emarginati. Partecipò ai movimenti della sinistra extraparlamentare, alle lotte studentesche e operaie, sostenendo sempre le battaglie dei più deboli e denunciando le speculazioni edilizie e il sistema di potere mafioso.

La sua attività politica trovò espressione anche nell’esperienza di Democrazia Proletaria, con cui si candidò alle elezioni comunali di Cinisi nel 1978. Quella candidatura aveva un significato enorme: portare apertamente dentro le istituzioni democratiche una sfida diretta alla mafia locale. Per Peppino la politica non era ricerca del potere personale, ma partecipazione popolare, coscienza critica e costruzione di una società più giusta.

La sua esperienza più rivoluzionaria fu però “Radio Aut”, una radio libera attraverso cui denunciava pubblicamente i traffici mafiosi e i rapporti tra criminalità e politica. In un’epoca in cui molti giornali evitavano persino di nominare i boss, Peppino li indicava apertamente, usando anche la satira e l’ironia come strumenti di denuncia. Nel programma “Onda Pazza” prendeva in giro il boss Gaetano Badalamenti, smontando quell’immagine di potere intoccabile su cui la mafia fondava il proprio prestigio.

La sua forza stava soprattutto nella parola. La mafia vive di paura e rispetto imposto; Peppino invece ridicolizzava i boss, li rendeva umani e vulnerabili agli occhi della gente. Era una rivoluzione culturale ancora prima che politica. Tutta la sua vita può essere letta come uno scontro tra due mondi opposti: da una parte il silenzio imposto dalla mafia, dall’altra la parola libera scelta da Peppino.

Questa ribellione provocò inevitabilmente un durissimo conflitto familiare. Opporsi alla mafia significava per lui opporsi anche alla propria casa, alle tradizioni e ai silenzi che lo circondavano. La sua scelta lo portò all’isolamento, ma non riuscì mai a spegnere la sua determinazione.

Il 9 maggio 1978 Peppino Impastato venne assassinato. Il suo corpo fu fatto esplodere sui binari della ferrovia di Cinisi. Dopo la morte si tentò persino di cancellarne la memoria: si diffuse la falsa versione di un attentato terroristico fallito, cercando di presentarlo come un estremista violento o un suicida. Questo depistaggio dimostra quanto fosse difficile, in quegli anni, ottenere verità e giustizia quando si toccavano gli interessi mafiosi.

Ed è proprio in questo momento drammatico che emerge la figura straordinaria di sua madre, Felicia Bartolotta Impastato. Cresciuta dentro una cultura patriarcale e mafiosa, Felicia avrebbe potuto scegliere il silenzio e la rassegnazione. Invece fece l’opposto. Trasformò il dolore in coraggio civile e dedicò la propria vita alla ricerca della verità sull’assassinio del figlio.

Per anni aprì la sua casa ai giovani, ai giornalisti e agli attivisti, trasformandola in un luogo di memoria e di impegno antimafia. Difese il nome di Peppino quando molti cercavano ancora di infangarlo e lottò con dignità e ostinazione affinché venissero riconosciute le responsabilità mafiose nel suo omicidio.

La figura di Felicia Bartolotta rappresenta il coraggio di tante donne del Sud che hanno dovuto convivere con il peso dell’omertà e della violenza mafiosa. La sua forza è straordinaria proprio perché nasce dentro quel mondo e ne spezza le regole. Non si limitò a custodire il ricordo del figlio: continuò la sua battaglia.

Peppino Impastato ci ha lasciato soprattutto un grande insegnamento umano e culturale. La sua lotta non era fondata sull’odio, ma sull’idea che la cultura, la conoscenza e la bellezza potessero liberare le persone dalla paura e dalla rassegnazione. Per lui educare significava insegnare alle persone a riconoscere il degrado morale e sociale senza considerarlo normale o inevitabile.

Scriveva:

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante nel davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione a rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.

In queste parole vive il senso più profondo del suo pensiero. La mafia prospera dove le persone si abituano al brutto, all’ingiustizia e al silenzio. Educare alla bellezza significa invece insegnare a non accettare ciò che umilia l’essere umano, mantenere viva la capacità di indignarsi e continuare a immaginare un mondo diverso.

Oggi il nome di Peppino Impastato vive nelle scuole, nelle associazioni, nei movimenti antimafia e nella memoria collettiva italiana. Migliaia di giovani continuano a conoscere la sua storia perché in lui vedono non soltanto una vittima della mafia, ma un esempio di libertà, coerenza e coraggio.

La sua eredità più grande è forse questa: aver dimostrato che anche una singola voce può sfidare un sistema di potere enorme quando sceglie di non avere paura. Peppino continua ancora oggi a parlare alle nuove generazioni attraverso le sue parole, le sue idee e il suo esempio. Ricorda a tutti che la lotta contro la mafia non riguarda soltanto la criminalità, ma il modo in cui una società decide di vivere: nella paura o nella libertà, nell’indifferenza o nella bellezza, nel silenzio o nella verità.

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