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Uno slancio generoso per una politica che rimetta al centro la vita

Immagine del redattore: Luca Servodio
Luca Servodio
18 ago
Tempo di lettura: 6 min

«Nel mondo oggi più di ieri domina l'ingiustizia, c'è bisogno soprattutto d'uno slancio generoso, fosse anche un sogno matto».

In questi versi c'è forse più politica di quanto siamo abituati a riconoscere. C'è la consapevolezza che il nostro tempo è attraversato da disuguaglianze profonde, solitudini, paure e precarietà, ma anche l'idea che non possiamo rassegnarci all'ingiustizia come se fosse un destino inevitabile.

Serve uno slancio generoso. Anche un sogno apparentemente folle, se necessario. Perché la politica, prima ancora di essere tecnica, bilanci, alleanze e organizzazione del consenso, deve tornare a essere la capacità di immaginare un futuro migliore e di costruirlo insieme. È questa la sfida di una nuova fase politica, tanto a livello nazionale quanto nei territori: una politica che rimetta la persona e la sua vita al centro.

Viviamo in una società nella quale tutto corre: il lavoro, i consumi, le comunicazioni, gli spostamenti, le aspettative. Corrono anche le persone, spesso senza sapere più verso dove. Abbiamo bisogno di recuperare il tempo giusto per vivere. Il tempo per crescere i figli, per stare accanto agli anziani, per coltivare un'amicizia, per amare, per partecipare alla vita della propria comunità. Il tempo per non trasformare ogni relazione umana in una prestazione e ogni momento della vita in una corsa contro qualcuno.

Per questo il tempo non può essere considerato soltanto una questione privata. È una grande questione politica. Una nuova politica del lavoro deve interrogarsi non soltanto su quanto si guadagna, ma anche su come si vive lavorando. Lavorare deve significare emancipazione, autonomia, dignità. Non precarietà permanente, ricatto o impossibilità di costruire una famiglia e un progetto di vita.

Dobbiamo restituire valore al lavoro dipendente, ai pensionati, ai giovani che entrano nel mercato del lavoro, ma anche alle tante partite IVA e ai lavoratori autonomi che troppo spesso vengono lasciati soli davanti alla burocrazia, al fisco e alle oscillazioni del mercato. Una politica del lavoro e della fiscalità deve restituire dignità a chi lavora e a chi ha lavorato per una vita, sostenendo nello stesso tempo chi vuole intraprendere, innovare e creare nuova occupazione.

La giustizia sociale significa innanzitutto costruire un sistema nel quale la ricchezza prodotta venga distribuita in modo più equo. La crescita economica non può essere considerata un risultato sufficiente se i suoi benefici rimangono concentrati nelle mani di pochi. Serve una politica fiscale fondata sulla progressività, sul contrasto all'evasione, sulla semplificazione e sulla tutela di chi contribuisce regolarmente alla vita del Paese. Non possiamo chiedere gli stessi sacrifici a chi possiede grandi patrimoni e a chi vive del proprio stipendio, della propria pensione o del proprio lavoro autonomo. La ricchezza deve tornare a essere anche strumento di coesione sociale, investimento e futuro.

Una nuova stagione politica nazionale deve avere il coraggio di mettere il Mezzogiorno al centro. Il Sud non è una periferia d'Europa e non può essere considerato soltanto un territorio da assistere. È una grande risorsa economica, culturale, ambientale e sociale del Paese. Abbiamo paesaggi, coste, borghi, aree interne, patrimonio storico e culturale, agricoltura, produzioni di qualità e una straordinaria capacità di accoglienza. Ma la bellezza, da sola, non basta. Occorrono infrastrutture, servizi, sanità, scuola, trasporti, connessioni digitali, ricerca, università, imprese e lavoro qualificato.

Bisogna investire perché i giovani possano restare e tornare, perché un territorio possa essere vissuto tutto l'anno e non soltanto attraversato durante le vacanze. Il turismo deve diventare una parte di una strategia più ampia di sviluppo sostenibile, capace di valorizzare il paesaggio senza consumarlo e di creare occupazione stabile e qualificata. Le nostre bellezze paesaggistiche devono essere curate, valorizzate e rilanciate, trasformando il patrimonio naturale e culturale in una possibilità concreta di sviluppo per le comunità.

La politica deve tornare nei luoghi dove vivono le persone: nei comuni, nei quartieri, nelle periferie, nei piccoli centri, nelle aree interne. Servono servizi pubblici che accompagnino concretamente la vita quotidiana: assistenza agli anziani, servizi per l'infanzia, trasporti, scuole, presidi sanitari, sostegno alle famiglie e alle persone fragili. Un Comune non può essere lasciato solo davanti alle emergenze sociali e ambientali. Lo Stato deve riconoscere il valore delle comunità locali e investire nelle loro capacità.

Una società giusta non misura il valore delle persone soltanto in base alla loro produttività. Gli anziani non sono un costo da contenere: sono memoria, esperienza, relazioni e parte essenziale delle nostre comunità. Allo stesso tempo, i giovani non possono essere costretti a scegliere tra emigrare e vivere nella precarietà. Per questo bisogna investire nella ricerca, nell'innovazione, nella formazione e nella conoscenza. Un Paese che non investe sui giovani e sulla ricerca rinuncia al proprio futuro. La vera innovazione non è soltanto tecnologica: è anche sociale. Significa trovare nuovi modi per vivere, lavorare, curare, educare e costruire comunità.

Non possiamo ricordarci del territorio soltanto dopo una frana, un'alluvione o un'altra emergenza. Il dissesto idrogeologico deve diventare una delle grandi priorità degli investimenti pubblici. Servono fondi stabili per la manutenzione del territorio, la prevenzione, la messa in sicurezza dei corsi d'acqua, dei versanti, delle infrastrutture e dei centri abitati.

E serve una politica capace di comprendere che ogni territorio ha caratteristiche naturali proprie. Penso, in particolare, alle aree interessate dal bradisismo, dove la sicurezza delle persone, la prevenzione e la conoscenza scientifica devono procedere insieme. La natura non è un ostacolo da piegare. È una dimensione con la quale dobbiamo imparare a convivere, soprattutto quando l'intervento umano ha modificato profondamente gli equilibri naturali. Prevenire costa meno che ricostruire. Ma, soprattutto, prevenire significa rispettare la vita delle persone.

Tutto questo richiede anche una trasformazione della politica. Non basta cambiare i programmi se non cambia il modo di fare politica. I partiti devono tornare a essere luoghi di partecipazione, formazione, discussione e costruzione collettiva. Devono tornare ad ascoltare il lavoro, le periferie, le comunità, i giovani, gli anziani, le imprese, il mondo dell'associazionismo.

Anche il sindacato deve affrontare una nuova stagione, capace di rappresentare non soltanto le forme tradizionali del lavoro, ma anche le nuove professioni, il lavoro autonomo, le partite IVA, i giovani precari e tutte quelle figure che oggi rischiano di rimanere senza una rappresentanza adeguata. Occorre però avere il coraggio di fare un bilancio critico di una stagione nella quale la concertazione, presentata per anni come lo strumento privilegiato per governare i cambiamenti, troppo spesso ha finito per accompagnare processi di riduzione delle tutele, di precarizzazione e di indebolimento dei diritti del lavoro, producendo, in molti casi, più arretramenti che conquiste.

Il confronto tra istituzioni, imprese e rappresentanze sociali è necessario, ma non può significare la rinuncia ai diritti, né trasformare il sindacato in un soggetto chiamato semplicemente a gestire le conseguenze delle scelte economiche e sociali. La concertazione non può diventare il luogo nel quale si chiede ai lavoratori di accettare ogni volta un passo indietro in nome dell'emergenza, della competitività o della necessità di fare sistema.

Serve dunque un sindacato capace di tornare a contrattare, a difendere e a conquistare diritti, con autonomia dalla politica e dalle imprese, ma con la consapevolezza che la dignità del lavoro non può essere negoziata al ribasso. Abbiamo bisogno di una riforma profonda della rappresentanza, non per cancellare ciò che è stato, ma per costruire ciò che ancora manca: una rappresentanza capace di stare dentro le trasformazioni del lavoro e di dare voce a chi oggi non ne ha abbastanza.

La politica deve tornare a essere un ponte tra le persone e le istituzioni, non una distanza sempre più grande. Deve tornare ad avere il coraggio di occuparsi della vita concreta: del salario che non basta, della pensione che non consente una vecchiaia serena, della giovane coppia che non riesce a costruire una famiglia, del lavoratore autonomo che non ha protezioni, del ragazzo costretto ad andare via, dell'anziano che vive solo, del territorio che frana, del paese che si spopola, dell'ambiente che chiede di essere rispettato.

Forse tutto questo può sembrare troppo ambizioso. Forse qualcuno dirà che è un sogno. Ma è proprio quando la realtà appare più difficile che la politica deve avere il coraggio di sognare. Uno slancio generoso non significa ignorare i problemi. Significa affrontarli senza cinismo.

Significa credere che una società nella quale il lavoro dà dignità sia possibile. Che una famiglia possa avere il tempo di vivere. Che un giovane possa scegliere di restare nel proprio territorio. Che un anziano non venga lasciato solo. Che la ricchezza possa essere distribuita più equamente. Che il Sud possa diventare protagonista del proprio sviluppo. Che la bellezza dei nostri paesaggi possa diventare lavoro e futuro senza essere distrutta. Che la ricerca possa diventare innovazione. Che la politica possa tornare a essere servizio. Che i territori possano essere messi in sicurezza prima che sia troppo tardi.

Questa dovrebbe essere la direzione di una nuova stagione politica: meno frenesia e più tempo, meno disuguaglianza e più giustizia, meno solitudine e più comunità, meno rendita e più lavoro, meno consumo del territorio e più cura.

Non abbiamo bisogno di una politica che prometta l'impossibile. Abbiamo bisogno di una politica che abbia il coraggio di rendere possibile ciò che oggi sembra difficile.

E forse, per cominciare, serve proprio quello slancio generoso.

Anche fosse, come nei versi, un sogno matto.

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