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Campi Flegrei, il rischio resta elevato tra sismicità, piano di emergenza e criticità del territorio

  • Tommaso Zullo
  • 4 ago
  • Tempo di lettura: 4 min

di Tommaso Zullo*

Negli ultimi giorni l'area dei Campi Flegrei ha confermato, ancora una volta, come il rischio non possa essere interpretato esclusivamente attraverso il singolo terremoto. La scossa di magnitudo 4.7 del 31 luglio, con epicentro nell'area di Pozzuoli, la più energetica registrata negli ultimi decenni nell'ambito dell'attuale crisi bradisismica, ha riportato al centro dell'attenzione non soltanto la dinamica geofisica in corso, ma soprattutto la vulnerabilità complessiva di un territorio tra i più delicati d'Europa. All'evento principale sono seguite oltre duecento repliche, con ulteriori terremoti registrati nelle ore e nei giorni successivi, confermando che il sistema resta attivo e in continua evoluzione.

Questo aspetto è fondamentale, perché il problema dei Campi Flegrei non coincide esclusivamente con l'eventualità di un'eruzione vulcanica. Il rischio deriva dall'interazione di fenomeni differenti ma strettamente collegati: il sollevamento del suolo dovuto al bradisismo, la sismicità ricorrente, il degassamento, le possibili instabilità dei versanti tufacei e l'elevatissima concentrazione di popolazione, infrastrutture e attività economiche. Si tratta di un sistema di multirischio, nel quale ogni fenomeno contribuisce ad aumentare la vulnerabilità complessiva del territorio.

Le conseguenze della scossa del 31 luglio lo hanno dimostrato con chiarezza. Pur trattandosi di un terremoto di magnitudo moderata, si sono registrati feriti lievi, danni localizzati, verifiche strutturali sugli edifici, chiusure precauzionali e significativi disagi alla mobilità. È la conferma che, in un contesto urbano particolarmente fragile e densamente edificato, anche eventi sismici non eccezionali possono produrre effetti rilevanti sulla popolazione e sul funzionamento della città.

Sul piano della pianificazione, il riferimento rimane il Piano nazionale di emergenza per il rischio vulcanico dei Campi Flegrei, aggiornato negli ultimi anni e basato sulla distinzione tra zona rossa e zona gialla. La zona rossa comprende le aree che, in caso di dichiarazione dello stato di allarme, dovrebbero essere evacuate preventivamente entro 72 ore perché esposte al rischio di flussi piroclastici, mentre la zona gialla interessa principalmente le aree potenzialmente soggette alla ricaduta di ceneri vulcaniche, dove potrebbero rendersi necessari allontanamenti temporanei e misure di protezione specifiche. Anche il Comune di Napoli ha predisposto il proprio Piano comunale per il rischio vulcanico, inserito nel quadro della pianificazione nazionale.

Sotto il profilo teorico il sistema appare strutturato: sono previste fasi operative, livelli di allerta, aree di attesa, percorsi di evacuazione, procedure per l'allontanamento assistito e autonomo e accordi interregionali per l'accoglienza della popolazione. Il quadro pianificatorio risulta quindi coerente sotto l'aspetto organizzativo. Il nodo centrale riguarda però la concreta applicabilità del piano in un territorio profondamente diverso da quello immaginato quando vennero elaborati i primi scenari di protezione.

La prima criticità riguarda la straordinaria densità abitativa dell'area flegrea e della periferia occidentale di Napoli. Decenni di espansione urbana hanno progressivamente aumentato il numero di residenti proprio nelle aree a maggiore pericolosità geologica e vulcanica. Organizzare l'evacuazione di centinaia di migliaia di persone nell'arco di 72 ore significa confrontarsi con una rete stradale già oggi fortemente congestionata, con poche direttrici di uscita e numerosi punti di criticità che potrebbero rallentare significativamente il deflusso.

Una seconda criticità riguarda il rapporto tra pianificazione dell'emergenza e pianificazione urbanistica. In un territorio caratterizzato da un livello di pericolosità così elevato, la pianificazione avrebbe dovuto perseguire, nel tempo, una progressiva riduzione dell'esposizione. In molte aree, invece, la crescita edilizia e l'aumento della popolazione residente sono proseguiti anche nei settori maggiormente vulnerabili, incrementando il numero di persone e di beni esposti agli effetti di una possibile crisi vulcanica o sismica. Ne deriva una contraddizione evidente: un piano di evacuazione può essere tecnicamente corretto e formalmente ben costruito, ma la sua efficacia si riduce inevitabilmente se il territorio continua a evolvere in direzione opposta rispetto ai principi della mitigazione del rischio.

Esiste infine una terza criticità, forse la più concreta, rappresentata dalla distanza tra lo scenario pianificato e la sua effettiva praticabilità operativa. Il piano presuppone che il sistema logistico, amministrativo e infrastrutturale riesca a sostenere un esodo di massa in tempi estremamente ridotti. Tuttavia, la realtà quotidiana dei Campi Flegrei evidenzia una viabilità frequentemente congestionata già in condizioni ordinarie, una rete infrastrutturale complessa e numerose criticità che, durante un'emergenza, potrebbero determinare fenomeni di saturazione e rallentamento della mobilità. Il rischio di paralisi del traffico non rappresenta quindi un'ipotesi teorica, ma una variabile che deve essere considerata nella valutazione complessiva dell'efficacia del piano.

La crisi bradisismica in corso dimostra inoltre che il rischio non si manifesta soltanto nell'eventualità di un'eruzione. Le deformazioni del suolo, la continua attività sismica e la fragilità di alcuni costoni tufacei stanno già producendo effetti concreti sulla vita quotidiana della popolazione: evacuazioni temporanee, verifiche sugli edifici, interdizioni di aree, sospensioni di servizi e crescenti difficoltà nella gestione del territorio. Si tratta di fenomeni che incidono sulla sicurezza, sull'economia locale e sulla qualità della vita dei residenti, confermando come il bradisismo rappresenti un'emergenza cronica prima ancora che una possibile fase preparatoria di un'eruzione.

I Campi Flegrei costituiscono oggi uno dei contesti geologici più complessi del Mediterraneo. Comprendere questa realtà significa superare una visione limitata al solo terremoto o alla sola eruzione e adottare una prospettiva più ampia, nella quale sismicità, deformazione del suolo, instabilità geomorfologica, vulnerabilità del costruito e pressione antropica vengono considerati come elementi di un unico sistema di rischio. Solo attraverso una pianificazione realmente integrata, accompagnata da un'efficace politica di riduzione dell'esposizione, da un costante monitoraggio scientifico e da una diffusa cultura della prevenzione, sarà possibile affrontare con maggiore efficacia una delle sfide territoriali più complesse del nostro Paese.


* geologo

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