Dalla Liberazione alla società contemporanea: il valore della partecipazione popolare
- Luca Servodio

- 25 apr
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Il carattere di massa e popolare che contraddistinse la lotta partigiana – scriveva Pietro Secchia – conferì ad essa un’impronta particolarmente progressiva e sociale, distinguendola nettamente dal primo Risorgimento. Sebbene anche in quel periodo gli uomini del popolo abbiano scritto, con le loro gesta eroiche, pagine gloriose in tutte le guerre e nelle insurrezioni per l’indipendenza dell’Italia, specialmente nelle celebri imprese garibaldine, non vi è dubbio che le masse lavoratrici e popolari rimasero in gran parte assenti e furono tenute lontane dal movimento per l’unificazione del paese.

Per questo motivo, il primo Risorgimento risultò fragile: le riforme furono esigue e limitate, e la rivoluzione borghese si concluse in un compromesso senza riuscire a sradicare completamente il feudalesimo. La borghesia italiana non seppe mobilitare le masse popolari, non riuscì a conquistare l’alleanza dei contadini e dei lavoratori del nord e del sud, mostrando fin dall’inizio timore delle masse stesse; di conseguenza, non si realizzò una vera rivoluzione nazionale. Lo Stato nazionale fu comunque costituito, ma più per effetto di guerre, alleanze straniere, compromessi e trattati diplomatici che per la partecipazione delle masse popolari – anche se l’epopea garibaldina ebbe un certo rilievo, rimase comunque circoscritta – e quindi non si realizzò una vera rivoluzione nazionale. Come osserva Antonio Labriola, il Risorgimento fu «una rivoluzione democratica non compiuta» che lasciò il paese «nella corruttela e nel pericolo permanente». Tuttavia, l’unità d’Italia si realizzò, lo Stato nazionale venne costituito, e non si può negare alla parte più cosciente della borghesia il ruolo dirigente che ebbe, pur evidenziandone i limiti, le grettezze e le paure.
Nell’epoca attuale, invece, il nucleo principale della Resistenza e della guerra partigiana fu costituito ovunque dalla classe operaia e dalle masse popolari, pur mantenendo in ciascun territorio caratteristiche specifiche del movimento.
La celebrazione del 25 Aprile di quest’anno si svolge in un contesto internazionale segnato da pressioni alla guerra per determinare nuovi equilibri mondiali, mentre l’Italia affronta problemi antichi e nuovi. In questo scenario, gli imprenditori spesso privilegiano la flessibilità o la delocalizzazione, seguendo la cosiddetta “via bassa” dello sviluppo, basata sul contenimento dei costi - salari bassi e lavoro flessibile - senza sostenere i settori industriali né rispondere ai bisogni e ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Le conseguenze sociali di queste scelte sono gravi, in particolare nel Mezzogiorno: il potere d’acquisto di salari e pensioni diminuisce, mentre la povertà si diffonde all’interno del mondo del lavoro. La questione abitativa, con affitti elevati e sfratti, peggiora costantemente, mentre l’occupazione perde qualità a causa del lavoro precario, sottopagato e dequalificato. I giovani risultano i più colpiti, privi di tutele e di diritti sul lavoro, e privati di un’istruzione pubblica e di massa che, invece di essere un bene collettivo, diventa merce al servizio delle imprese. È quindi necessario riedificare il nucleo principale della Lotta di Liberazione: ristabilire la connessione sentimentale, culturale e umana con la classe operaia e le masse, capace di farsi carico dei loro bisogni e di individuare risposte adeguate. Il cosiddetto secondo Risorgimento richiama oggi i grandi valori dell’antifascismo e della democrazia, in una situazione difficile per l’Italia, non solo per la crisi economica e sociale, ma anche per i forti attacchi all’ordinamento democratico e costituzionale.
Il 25 Aprile, assumendo un significato più profondo di una semplice ricorrenza, diventa un punto di partenza per rinnovarsi e contribuire al rafforzamento dei tratti sociali, politici e culturali di massa. “Essi sono morti senza retorica – scriveva Pietro Calamandrei – senza grandi frasi, con semplicità, come se si trattasse di un lavoro quotidiano da compiere”. Con la stessa semplicità e come un lavoro quotidiano, dobbiamo difendere la Carta Costituzionale e la Repubblica, contro chi quotidianamente cancella il diritto al lavoro stabile e all’istruzione di massa, annienta il pensiero, mette in discussione il sistema sanitario nazionale chiudendo ospedali, equipara i repubblichini di Salò ai Partigiani e tenta di ricostruire il partito fascista.
Il fascismo rappresentò il male assoluto: povertà, guerra, negazione dei diritti e delle libertà, crimini, torture e stragi di civili. Fu trasformismo e deprezzamento del senso di Patria. La liberazione, prima ancora che un fatto politico, fu un bene fisico e sensuale: riguardò l’aria, il cibo, i colori e la forma dei corpi. La lotta antifascista restituì all’Italia libertà, indipendenza e dignità, dopo più di vent’anni di dittatura e una drammatica sconfitta militare nella guerra più sanguinosa della storia dell’umanità, alla quale lo stesso fascismo italiano fu corresponsabile. Nell’aprile del 1945, le organizzazioni partigiane completarono la liberazione dell’intero territorio nazionale dai tedeschi occupanti e dagli ultimi fascisti alleati, gettando le basi del nuovo Stato, di un’Italia diversa, dove i valori della Resistenza e della lotta contro il nazifascismo – democrazia, libertà, giustizia e solidarietà – fossero alla base della nuova società desiderata dalla maggioranza degli italiani.
La Costituzione è il frutto della straordinaria lucidità e lungimiranza dei membri dell’Assemblea Costituente. L’Italia divenne un laboratorio politico, nel quale la forza dei partiti di massa, la centralità di un Parlamento eletto col sistema proporzionale – vero specchio del Paese –, il crescente ruolo dello Stato nell’economia e l’alto grado di partecipazione democratica posero le basi per uno sviluppo che la guerra fredda, bloccando il sistema politico, impedì di completare. La classe dirigente dell’epoca portò avanti un lavoro di elaborazione, dibattito e iniziativa politica su numerose riforme - dall’istituzione del Servizio sanitario nazionale all’equo canone, dalla “giusta causa” nei licenziamenti allo Statuto dei lavoratori - insistendo sull’importanza di garantire ai lavoratori e alle loro rappresentanze un ruolo di controllo e gestione negli enti da riformare o istituire, come istituti previdenziali, collocamento, unità sanitarie locali, RAI-TV, ecc. Questa linea si affiancava al decentramento democratico e allo sviluppo delle autonomie locali, in una strategia di avanzata democratizzazione dello Stato e della società, con la programmazione democratica dell’economia a proporre una visione generale per lo sviluppo del Paese. Una battaglia parzialmente non vinta, ma molte delle riforme di quegli anni e della solidarietà nazionale trovarono incubazione in quel lavoro politico fatto di elaborazione organizzata, mobilitazione di massa e attenta iniziativa parlamentare.
Questa ricorrenza deve servire a recuperare la democrazia di massa e la verità storica. Una società che perde cultura, memoria storica e morale cessa di essere civile e moderna. Le forze sane e democratiche del Paese devono tornare a essere ambienti pedagogici e culturali, formando le nuove generazioni attraverso un confronto costante, condiviso e contaminato, affinché si costruisca un nuovo senso comune e un nuovo costume sociale.



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