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Eppur si muove! Ma l’opposizione?

Immagine del redattore: Luca Servodio
Luca Servodio
20 set
Tempo di lettura: 5 min

«La libertà non è star sopra un albero. Non è neanche il volo di un moscone. La libertà non è uno spazio libero. Libertà è partecipazione».

Le parole di Giorgio Gaber continuano ad avere una forza particolare perché ricordano che la libertà, soprattutto quando parliamo di politica e democrazia, non può essere confusa con la semplice assenza di vincoli. Essere liberi non significa soltanto restare fuori dalle decisioni o osservare ciò che accade mantenendo le distanze. Significa scegliere, intervenire, assumersi responsabilità e contribuire alla costruzione della comunità nella quale viviamo.

È da qui che dovrebbe partire una riflessione sul significato dell’autonomia politica e, soprattutto, sul ruolo che un’opposizione dovrebbe avere all’interno di una comunità.

Perché l’opposizione è una parte essenziale della democrazia. Deve controllare chi governa, denunciare gli errori, evidenziare le criticità, porre domande e chiedere conto delle decisioni assunte. Deve rappresentare una voce diversa, verificare le scelte di chi governa e offrire ai cittadini un punto di vista alternativo.

Ma proprio perché questo ruolo è importante, l’opposizione non può esaurire la propria funzione nella contrapposizione.

Ed è qui che nasce la domanda: eppur si muove, ma l’opposizione verso dove?

Una forza politica può dirsi realmente autonoma se la propria ragione di esistere è soltanto quella di sostenere qualcuno o, al contrario, di contrapporsi permanentemente a qualcun altro?

L’autonomia politica significa avere una propria identità, una propria visione e la capacità di assumere decisioni sulla base delle proprie idee e degli interessi della comunità che si intende rappresentare. Significa avere la libertà di dire sì e la stessa libertà di dire no. Significa riconoscere ciò che si ritiene positivo nelle proposte altrui senza sentirsi per questo meno opposizione e, allo stesso tempo, contestare ciò che si considera sbagliato senza trasformare ogni confronto in uno scontro permanente.

Una forza politica autonoma non nasce per essere gregaria. Non nasce per applaudire qualcuno e neppure soltanto per contestare qualcun altro. Nasce per costruire una propria idea della società, interpretare i problemi del territorio e proporre soluzioni.

Quando invece la propria posizione viene determinata esclusivamente dalle decisioni degli altri, la politica rischia di trasformarsi in una semplice reazione. Si finisce per vivere di riflesso, stabilendo ciò che si pensa non sulla base delle proprie idee, ma sulla base di ciò che fanno gli altri.

È una condizione che può sembrare politicamente attiva, perché produce dichiarazioni, prese di posizione e continue reazioni. Ma ci si può muovere molto senza necessariamente sapere dove andare.

Dire sempre no può essere semplice. Molto più difficile è spiegare cosa si propone al posto di ciò che si contesta. È più difficile indicare una soluzione, individuare le risorse necessarie, stabilire le priorità e assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie scelte.

È proprio in questo passaggio che la protesta diventa politica e la critica diventa proposta.

Una forza politica che vuole essere credibile non può limitarsi a denunciare ciò che non funziona. Deve avere il coraggio di spiegare come vorrebbe cambiare le cose. Se non condivide una decisione, deve saperne illustrare le ragioni e, soprattutto, indicare quale alternativa propone.

Agli elettori, in altre parole, non bisogna spiegare soltanto contro cosa ci si schiera, ma per cosa ci si batte.

La politica non può vivere esclusivamente della ricerca di un avversario o dell’attribuzione di ogni responsabilità a chi governa. Una comunità ha bisogno di una politica capace di individuare i problemi, ma anche di costruire prospettive.

Questo richiede un rapporto concreto con il territorio. La politica non può essere esercitata soltanto attraverso dichiarazioni, comunicati o contrapposizioni sui social network. Deve misurarsi con la realtà delle persone, con le difficoltà quotidiane, con le esigenze delle famiglie, delle imprese, dei lavoratori, delle associazioni e di tutti coloro che vivono una comunità.

Ascoltare non significa semplicemente raccogliere consenso. Significa comprendere i problemi e provare a trasformarli in una proposta politica.

È qui che la partecipazione assume il suo significato più autentico. Partecipare non significa soltanto essere presenti al momento del voto. Significa contribuire alla discussione pubblica, esprimere un’opinione, confrontarsi con opinioni diverse e poter incidere sulle decisioni che riguardano la collettività.

Il confronto politico dovrebbe quindi misurarsi sulle idee e sulle conseguenze delle decisioni, non soltanto sulla provenienza di chi le propone.

Questa è anche una forma di maturità politica: non confondere la fedeltà con la subordinazione e non confondere l’autonomia con l’isolamento.

Chi sceglie di fare politica deve sapere che prima o poi arriva il momento delle scelte. E quando quel momento arriva non è sufficiente chiedersi da che parte stare. Bisogna chiedersi che cosa si vuole costruire, quale idea di comunità si vuole rappresentare, quali sono le priorità e quali responsabilità si è disposti ad assumere.

Perché la politica non è soltanto il luogo delle promesse e delle dichiarazioni. È anche il luogo della responsabilità. Ogni proposta ha un costo, ogni decisione produce conseguenze e ogni scelta richiede la capacità di spiegare ai cittadini perché si è deciso di percorrere una determinata strada.

Per questo una forza politica libera deve avere il coraggio dell’opposizione, ma anche quello della proposta. Deve saper criticare senza trasformare la critica nell’unico elemento della propria identità

In politica non è sufficiente essere contro qualcuno. Bisogna essere per qualcosa.

Non basta denunciare ciò che non va: bisogna avere il coraggio di immaginare ciò che potrebbe andare meglio. Non basta chiedere cambiamento: bisogna spiegare quale cambiamento si vuole e come si intende realizzarlo.

L’opposizione dovrebbe essere anche il luogo nel quale si prepara un’alternativa. Non significa avere una risposta immediata a ogni problema o pretendere di possedere sempre la soluzione migliore. Significa avere la volontà di elaborare una propria idea, confrontarla con la realtà, verificarne la sostenibilità e sottoporla al giudizio dei cittadini.

La libertà politica, allora, non consiste semplicemente nella possibilità di scegliere da quale parte stare. Consiste nella possibilità di avere una propria parte, una propria identità, una propria idea e la capacità di difenderla attraverso il confronto democratico.

Perché la libertà di una forza politica non si misura dalla distanza che riesce a prendere dagli altri, ma dalla capacità di camminare con le proprie gambe, elaborare le proprie idee e parlare ai cittadini senza bisogno di essere la copia di qualcun altro.

«Libertà è partecipazione», scriveva Gaber.

E forse è proprio questa la lezione più importante.

Una politica libera non è quella che si limita a occupare uno spazio. È quella che quello spazio lo riempie di idee, confronto, responsabilità e partecipazione.

Perché non basta essere presenti. Non basta reagire. Non basta contestare. Non basta muoversi.

Bisogna sapere dove si vuole andare.

E allora, tornando alla domanda iniziale: eppur si muove, ma l’opposizione?

L’opposizione deve certamente muoversi. Ma deve anche avere una direzione, un’identità e una visione. Deve saper trasformare il dissenso in proposta e la critica in un’alternativa credibile.

Perché il vero senso dell’autonomia politica non sta nella distanza dagli altri, ma nella libertà di camminare con le proprie gambe.

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