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La democrazia non è una tifoseria: il TAR e il controllo sul voto

Immagine del redattore: Luca Servodio
Luca Servodio
25 set
Tempo di lettura: 5 min

La democrazia è un sistema complesso. Non è soltanto il momento in cui si depone una scheda nell’urna, né può essere ridotta alla semplice contrapposizione tra chi vince e chi perde. È, soprattutto, un sistema di regole, garanzie, controlli e contrappesi che hanno proprio lo scopo di tutelare la volontà popolare e la correttezza delle procedure attraverso le quali quella volontà si manifesta.

La democrazia, del resto, appartiene al popolo. Ma nelle democrazie rappresentative la volontà popolare non viene esercitata direttamente su ogni decisione: viene affidata, attraverso il voto, a persone chiamate a rappresentare i cittadini nelle istituzioni. È proprio per questo che la correttezza delle elezioni assume un'importanza così grande.

Quando votiamo, non scegliamo soltanto un nome, una lista o una maggioranza. Determiniamo chi avrà il compito di esercitare, nelle istituzioni, una parte della sovranità che appartiene al popolo. Il passaggio dal voto alla rappresentanza deve quindi essere tutelato con particolare attenzione: se il procedimento attraverso il quale vengono scelti i rappresentanti è viziato, la questione non riguarda soltanto gli interessi di una parte politica, ma la qualità stessa della rappresentanza democratica.

Per questo motivo, quando una componente politica decide di rivolgersi alla giustizia amministrativa per chiedere una verifica dell’esito elettorale, la prima reazione non dovrebbe essere quella della tifoseria. Un ricorso al TAR non è, di per sé, un atto eversivo, una delegittimazione delle istituzioni o il tentativo di sovvertire il voto. È uno degli strumenti che l’ordinamento mette a disposizione di chi ritiene che, nelle operazioni elettorali, siano state commesse irregolarità rilevanti.

Il punto, naturalmente, è un altro: il ricorso deve essere valutato per ciò che contiene, non per il colore politico di chi lo presenta.

La giustizia amministrativa ha chiarito più volte che il giudizio elettorale è delimitato dalle specifiche contestazioni formulate dal ricorrente. Il giudice non può trasformarsi in un soggetto chiamato a rifare genericamente lo scrutinio o a ricostruire da zero il risultato delle urne. Le contestazioni devono riguardare specifici vizi ed essere accompagnate dalla dimostrazione della loro concreta incidenza sul risultato elettorale.

È una distinzione fondamentale.

Da una parte c'è il diritto di chiedere un controllo. Dall'altra c'è il dovere di rispettare le regole attraverso le quali quel controllo viene esercitato.

Il principio vale per tutti: per chi ha vinto, per chi ha perso, per una maggioranza, per un'opposizione, per una lista, per un candidato. La democrazia non può pretendere che chi ritiene di essere stato danneggiato rinunci agli strumenti previsti dalla legge soltanto perché il risultato delle urne è già stato proclamato. Allo stesso tempo, non può accettare che ogni contestazione venga automaticamente presentata come la prova di un broglio o di un complotto.

È proprio qui che dovrebbe entrare in gioco la cultura istituzionale.

Se una componente politica ritiene che l’esito elettorale debba essere verificato, presenti le proprie contestazioni nelle sedi competenti. Indichi quali procedure ritiene illegittime, quali atti contesta e quali conseguenze ritiene che quelle irregolarità abbiano prodotto. Sarà il giudice, sulla base degli atti e delle norme, a stabilire se quelle contestazioni siano fondate.

Non serve altro.

E soprattutto non serve trasformare un procedimento giudiziario in una partita tra tifoserie.

La stessa giurisprudenza amministrativa sottolinea, infatti, che nel contenzioso elettorale assumono particolare rilievo la stabilità del risultato e il rispetto della volontà dell’elettore. Non ogni irregolarità formale è automaticamente sufficiente a cancellare o modificare un risultato: occorre verificare se quella irregolarità abbia concretamente inciso sulla libertà del voto o sulla corretta determinazione del risultato elettorale.

Questo dovrebbe essere il punto di equilibrio: né intoccabilità del risultato elettorale, né sua delegittimazione permanente.

La democrazia vive proprio di questo equilibrio.

Chi presenta un ricorso deve avere il coraggio e la responsabilità di sottoporre le proprie ragioni al vaglio di un giudice. Chi quel ricorso lo contesta deve fare altrettanto, senza sostituire alle argomentazioni giuridiche slogan e invettive. E chi osserva dall'esterno - cittadini, giornalisti, commentatori e, soprattutto, utenti dei social - dovrebbe ricordare che una procedura giudiziaria non è un referendum permanente tra fazioni.

Perché il problema non è che esistano contestazioni. Il problema nasce quando ogni contestazione diventa immediatamente una bandiera politica.

È allora che il confronto pubblico smette di interrogarsi sulla fondatezza delle questioni e comincia a interrogarsi soltanto su chi abbia presentato il ricorso e contro chi sia diretto.

È la logica della tifoseria: se lo fa «la mia parte», è una battaglia per la democrazia; se lo fa «l’altra parte», è un attacco alla democrazia.

Ma lo Stato di diritto non funziona così.

Una stessa regola deve valere indipendentemente da chi la invoca. Una stessa procedura deve essere rispettata indipendentemente dal risultato che potrebbe produrre. E una stessa sentenza deve essere considerata per ciò che è: l'esito di un procedimento istituzionale, che può naturalmente essere sottoposto agli eventuali strumenti di impugnazione previsti dalla legge, anche quando non coincide con le proprie aspettative politiche.

È qui che torna utile anche la provocazione attribuita a Umberto Galimberti sull'invasione degli «imbecilli» nei social. Al di là della formula volutamente provocatoria e della sua attribuzione, il tema che quella frase evoca è attuale: la possibilità per chiunque di intervenire nel dibattito pubblico non coincide automaticamente con la qualità dell’argomentazione.

La libertà di parola è un valore. Ma la libertà di parola non rende vere le opinioni espresse.

Un post non è una sentenza. Un commento non è una prova. Un video sui social non sostituisce un verbale elettorale. E una ricostruzione fatta per appartenenza politica non sostituisce il lavoro di un giudice.

Per questo, davanti a un ricorso che chiede di verificare l’esito di una consultazione, occorrerebbero due parole ormai quasi controcorrente: coerenza e rigore.

Coerenza significa riconoscere oggi a una parte politica lo stesso diritto che si riconoscerebbe domani alla parte avversaria.

Rigore significa distinguere i fatti dalle interpretazioni, le contestazioni dalle prove, il procedimento giudiziario dalla propaganda politica e una decisione del giudice dal commento che ciascuno può liberamente farne.

La democrazia, dunque, appartiene al popolo, ma nelle democrazie rappresentative passa anche attraverso le persone che il popolo sceglie per essere rappresentato. È proprio per questo che difendere il voto non significa considerare intoccabile ogni risultato elettorale. Significa garantire che quel risultato sia il prodotto di una procedura corretta, trasparente e verificabile.

Questo non significa che ogni contestazione elettorale debba essere considerata fondata, né che ogni irregolarità possa mettere in discussione un risultato. Significa, più semplicemente, che il diritto di verificare la correttezza del procedimento elettorale è parte integrante della democrazia rappresentativa.

Il controllo giudiziario, quando viene esercitato secondo le regole, non si pone necessariamente contro la volontà popolare. Può essere, al contrario, uno degli strumenti attraverso i quali quella volontà viene tutelata, proprio perché serve a verificare che il risultato proclamato corrisponda effettivamente alle regole attraverso le quali il popolo ha espresso il proprio voto.

Il voto popolare resta il fondamento della democrazia. Ma proprio perché è così importante, deve essere tutelato attraverso regole, controlli e garanzie che valgano per tutti, indipendentemente da chi abbia vinto, da chi abbia perso e dalle conseguenze politiche che una verifica può produrre.

La democrazia non ha bisogno di tifoserie. Ha bisogno di cittadini capaci di accettare le regole anche quando non producono l’esito che avrebbero desiderato.

È questa, in fondo, la differenza tra la politica vissuta come appartenenza e la democrazia vissuta come istituzione: nella prima si difende la propria parte; nella seconda si difendono le regole che devono valere per tutti.

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