Il lavoro che consuma la vita: oltre la retorica del Primo Maggio
- Luca Servodio

- 1 mag
- Tempo di lettura: 4 min
Il Primo Maggio, ridotto a rito stanco e prevedibile, sembra oggi più una tregua simbolica che un momento di verità. Concerti, dichiarazioni istituzionali, retorica sul “valore del lavoro”: tutto contribuisce a costruire una rappresentazione rassicurante che stride con l’esperienza concreta di chi il lavoro lo vive - o lo insegue - ogni giorno. Eppure, proprio in questa frattura si nasconde il senso più urgente di questa ricorrenza: non celebrare, ma interrogare.

Perché il lavoro, per una larga parte delle nuove generazioni, ha smesso di essere promessa di emancipazione. È diventato, piuttosto, un dispositivo di ricatto diffuso. Non si tratta più solo di salari bassi, ma di un’intera condizione esistenziale: contratti a termine che si rinnovano all’infinito, stage che sostituiscono occupazioni reali, partite IVA imposte come finzione di autonomia. Il rider che consegna cibo sotto la pioggia senza tutele, il laureato che colleziona tirocini non pagati, il freelance che vive nell’incertezza permanente: non sono eccezioni, ma figure ordinarie di un sistema che ha normalizzato l’instabilità.
In questo scenario, la mercificazione non riguarda più soltanto il tempo di lavoro: riguarda la vita stessa. Si è pagati - poco - per essere sempre disponibili, sempre adattabili, sempre “aggiornabili”. Si è spinti a trasformarsi in un prodotto: costruire un profilo, vendere competenze, curare una presenza continua. La distinzione tra vita e lavoro si assottiglia fino quasi a scomparire. E così lo sfruttamento cambia forma: non si impone più soltanto dall’esterno, ma si interiorizza. Si impara a chiamare “opportunità” ciò che spesso è soltanto rinuncia.
Dentro questo quadro, il capitalismo italiano mostra una specificità che lo rende, per certi versi, ancora più regressivo. Non è semplicemente una versione ridotta del capitalismo globale: è un sistema che potremmo definire “nano-capitalismo”, fatto di microstrutture produttive, scarsa innovazione, forte dipendenza da relazioni personali e una cronica mancanza di visione strategica. Qui la competitività si gioca troppo spesso su un unico terreno: comprimere il costo del lavoro.
Non c’è un investimento sufficiente in ricerca, non c’è una reale valorizzazione delle competenze, non c’è un orizzonte di crescita che includa le nuove generazioni. Prevale una logica difensiva: sopravvivere oggi, anche a costo di impoverire il domani. In questo modo, il rischio viene sistematicamente scaricato verso il basso. Il lavoratore precario non è un effetto collaterale del sistema: è una sua componente funzionale.
Il risultato è un paradosso evidente: si chiede ai giovani di formarsi, di essere flessibili, di investire su sé stessi, ma si offre in cambio un sistema che non è in grado di assorbirli né di riconoscerli. La promessa meritocratica si svuota, trasformandosi in una narrazione che legittima le disuguaglianze invece di ridurle.
Il Primo Maggio, allora, dovrebbe tornare a essere uno spazio di conflitto e di consapevolezza. Non per nostalgia delle lotte passate, ma per riconoscere le forme attuali dello sfruttamento. Perché lo sfruttamento non è scomparso: si è reso più flessibile, più frammentato, più difficile da nominare - e proprio per questo più efficace.
Ma una diagnosi, da sola, non basta. Se questa giornata vuole avere ancora un senso, deve anche suggerire una direzione. E questa direzione passa anche da una trasformazione profonda degli strumenti di rappresentanza. Serve un sindacato meno concertativo e più capace di conflitto, meno integrato nei meccanismi di mediazione e più radicato nelle condizioni reali dei lavoratori precari e discontinui. Senza una forza collettiva capace di esercitare pressione, ogni rivendicazione rischia di restare astratta.
Allo stesso modo, è tempo di una riforma del lavoro seria e profondamente egualitaria, che riduca la frammentazione contrattuale, restituisca stabilità e riconosca diritti omogenei a prescindere dalla forma di impiego. Una riforma che non si limiti a gestire la precarietà, ma che provi a superarla.
Da qui deve derivare anche una revisione del sistema pensionistico, oggi sempre più distante dalle biografie lavorative reali. Se i percorsi sono discontinui e frammentati, non è sostenibile un modello che penalizza proprio chi ha contribuito in modo irregolare ma prolungato. Serve un sistema più equo, che tenga conto dei contributi effettivamente versati senza trasformare la precarietà in povertà futura.
Non esistono soluzioni semplici. Ma esiste una scelta di fondo: continuare a considerare il lavoro come una variabile da comprimere o tornare a pensarlo come fondamento della cittadinanza. È su questa linea di frattura che il Primo Maggio dovrebbe collocarsi.
Non una festa, dunque, ma una domanda aperta - e, se necessario, scomoda.
"Bisogna restaurare l'odio di classe" di Edoardo Sanguineti
Bisogna restaurare l’odio di classe. Perché loro ci odiano, dobbiamo ricambiare. Loro sono i capitalisti, noi siamo i proletari del mondo d’oggi: non più gli operai di Marx o i contadini di Mao, ma “tutti coloro che lavorano per un capitalista, chi in qualche modo sta dove c’è un capitalista che sfrutta il suo lavoro”. A me sta a cuore un punto. Vedo che oggi si rinuncia a parlare di proletariato. Credo invece che non c’è nulla da vergognarsi a riproporre la questione.
È il segreto di pulcinella: il proletariato esiste. È un male che la coscienza di classe sia lasciata alla destra mentre la sinistra via via si sproletarizza. Bisogna invece restaurare l’odio di classe, perché loro ci odiano e noi dobbiamo ricambiare. Loro fanno la lotta di classe, perché chi lavora non deve farla proprio in una fase in cui la merce dell’uomo è la più deprezzata e svenduta in assoluto? Recuperare la coscienza di una classe del proletariato di oggi, è essenziale. È importante riaffermare l’esistenza del proletariato. Oggi i proletari sono pure gli ingegneri, i laureati, i lavoratori precari, i pensionati. Poi c’è il sottoproletariato, che ha problemi di sopravvivenza e al quale la destra propone con successo un libro dei sogni.



Commenti