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L’Italia che giudica invece di accogliere

  • Carmen Muratgia
  • 27 giu
  • Tempo di lettura: 6 min

Dalla politica dell’odio all’emergenza educativa: perché un Paese che esclude costruisce violenza, solitudine e paura

di Carmen Muratgia*

C’è una domanda che negli ultimi anni mi torna in testa sempre più spesso: che Paese sta diventando l’Italia?

Me lo chiedo guardando il clima politico che stiamo respirando, il linguaggio sempre più aggressivo usato contro chi viene percepito come “diverso”, la costruzione continua di nemici utili a spostare l’attenzione dai problemi reali del Paese.

È una strategia vecchia quanto il potere: quando non sai dare risposte su salari, scuola, sanità, ambiente, precarietà, futuro, allora offri un bersaglio. E quel bersaglio, quasi sempre, è qualcuno che esce dai confini di una presunta “normalità”: chi ama in modo diverso, chi ha un’identità di genere non conforme, chi arriva da un altro Paese, chi non rientra nel modello rassicurante della famiglia tradizionale raccontata dalla propaganda, chi vive una disabilità, una fragilità, una neuro-divergenza, chi cresce un figlio con bisogni educativi speciali, chi semplicemente non corrisponde all’idea di persona che una certa politica vuole imporre come unica accettabile.

Ma la domanda vera è un’altra: chi ha deciso cosa è normale e cosa non lo è?

Chi ha stabilito che esiste un solo modo giusto di amare, di esistere, di costruire una famiglia, di abitare il proprio corpo, di imparare, di comunicare, di stare al mondo?

E soprattutto: perché una parte della politica italiana continua a usare queste differenze come terreno di scontro, invece di riconoscerle come parte naturale e umana della nostra società?

Questa politica, così com’è oggi, non sta semplicemente governando male. Sta avvelenando il clima culturale del Paese.

Sta legittimando l’idea che alcune persone debbano continuamente giustificarsi, spiegarsi, difendersi. Sta normalizzando il giudizio, il sospetto, la derisione, l’intolleranza. E lo fa spesso nel nome dei “valori”, della “tradizione”, della “famiglia”, come se difendere una parte della società significasse automaticamente colpirne un’altra. Come se garantire diritti a qualcuno togliesse qualcosa a qualcun altro. Come se l’ordine sociale dovesse essere costruito non sull’uguaglianza, ma sulla gerarchia tra vite considerate più legittime di altre.

Eppure basterebbe uscire dai nostri confini, guardare un po’ più in là, per capire che un altro modello è possibile.

Io ho viaggiato abbastanza da sapere che esistono Paesi in cui l’inclusione non è uno slogan da campagna elettorale, ma una scelta politica concreta. Paesi in cui lo Stato non usa le differenze per creare paura, ma lavora per garantire dignità, tutele e libertà. Paesi in cui le persone non devono vivere con il terrore di essere giudicate per chi amano, per come si definiscono, per il proprio corpo, per la propria storia, o per le fragilità con cui convivono. Paesi in cui anche le famiglie con bambini disabili, autistici, neuro-divergenti o con bisogni educativi speciali trovano maggiore ascolto, servizi, spazi adeguati e un’idea di società che non li faccia sentire “troppo”, “scomodi” o “fuori posto”.

La distanza che separa l’Italia da questi modelli non è solo culturale: è anche politica, legislativa, sociale. In molti Paesi europei l’inclusione viene affrontata come una priorità strutturale: più servizi, più tutele, più educazione alle differenze, più investimenti nella scuola, nella salute mentale, nel sostegno alle famiglie, nella prevenzione della violenza e della discriminazione. In Italia, invece, troppo spesso si preferisce agitare lo spettro del “diverso” per raccogliere consenso, come se il problema del Paese fosse chi chiede diritti e non chi continua a negarli.

Ma l’inclusione non si misura solo da come un Paese tratta le minoranze quando finiscono al centro del dibattito pubblico.

Si misura anche da come tratta i suoi bambini più fragili.

Da quanto una scuola sia davvero capace di accogliere e non solo di “integrare sulla carta”.

Da quanto una famiglia venga lasciata sola oppure accompagnata.

Da quanti spazi pubblici, educativi, culturali e ricreativi siano realmente accessibili.

Da quanto una madre o un padre debbano combattere ogni giorno per ottenere ciò che dovrebbe essere normale: rispetto, strumenti, sostegno, dignità.

Chi lavora con i bambini lo vede con chiarezza: i bambini non nascono con il pregiudizio. Lo imparano.

Lo imparano dagli adulti, dalle istituzioni, da una cultura che invece di educare all’accoglienza educa alla paura del diverso. Lo imparano quando sentono deridere chi non rientra nella norma. Quando vedono che chi è fragile viene isolato invece che sostenuto. Quando capiscono che esiste sempre qualcuno su cui scaricare rabbia, frustrazione, insicurezza. Quando assorbono l’idea che essere forti significhi dominare e non comprendere, comandare e non ascoltare, escludere e non includere.

Ed è qui che il discorso smette di essere “solo politico” e diventa profondamente educativo, culturale, perfino civile.

Perché una società che semina giudizio raccoglie violenza.

Il bullismo non nasce dal nulla.

La violenza di genere non nasce dal nulla.

Il femminicidio non nasce dal nulla.

La violenza sui figli, sui bambini, sui più fragili, su chi non ha strumenti per difendersi, non nasce dal nulla.

Nasce in un clima culturale in cui si insegna che esiste chi conta di più e chi conta di meno.

In cui il controllo viene scambiato per amore, il possesso per relazione, la durezza per autorevolezza, l’umiliazione per educazione.

Nasce in una società che non educa al rispetto delle differenze, all’ascolto, al consenso, alla gestione delle emozioni, ma che troppo spesso alimenta rabbia, stereotipi, solitudine, frustrazione e disprezzo.

Quando un Paese accetta che il linguaggio pubblico si nutra di odio, quando banalizza la discriminazione, quando trasforma il corpo delle donne, le famiglie, i migranti, le persone LGBTQIA+, i bambini con fragilità, le disabilità e tutte le differenze in un campo di battaglia ideologica, non sta solo facendo propaganda: sta costruendo un immaginario collettivo in cui la violenza trova spazio, parole, giustificazioni.

Per questo non possiamo più separare i diritti dall’educazione, l’inclusione dalla sicurezza, il rispetto dalla prevenzione della violenza.

Perché una società più giusta non è solo una società più libera: è anche una società più sicura. Sicura per i bambini, per le donne, per chiunque venga percepito come più vulnerabile, per chiunque non voglia più vivere in un Paese in cui la diversità viene tollerata a fatica invece di essere riconosciuta come una ricchezza.

Ed è proprio qui che l’Italia mostra una delle sue ferite più profonde: continua a parlare di inclusione molto più di quanto la pratichi davvero.

Lo vediamo nelle scuole lasciate senza risorse adeguate, negli insegnanti di sostegno che cambiano continuamente, nelle famiglie costrette a diventare esperte di burocrazia per ottenere diritti essenziali, nei servizi insufficienti, nei territori in cui l’accesso a percorsi educativi, terapeutici e sociali dipende ancora troppo dal reddito, dalla fortuna o dal codice postale. Lo vediamo nella violenza verbale che si riversa sui social, nella superficialità con cui si affrontano temi delicatissimi, nella facilità con cui si trasforma la complessità umana in uno slogan da campagna elettorale.

La verità è che in questo Paese la diversità viene ancora troppo spesso letta come un problema da correggere, una deviazione dalla norma, qualcosa da tollerare anziché da comprendere. E questo vale per chi ama fuori dagli schemi, per chi ha un’identità non conforme, per chi arriva da altrove, ma anche per i bambini che apprendono in modo diverso, comunicano in modo diverso, sentono il mondo in modo diverso. Vale per le famiglie che chiedono supporto e trovano muri. Vale per chi non vuole essere “normalizzato”, ma semplicemente rispettato.

E allora io mi chiedo: che società stiamo costruendo, se non siamo capaci di proteggere proprio chi avrebbe più bisogno di essere accolto?

Che idea di futuro abbiamo, se continuiamo a lasciare indietro i bambini e le famiglie che avrebbero bisogno di una comunità vera e non di slogan?

Che razza di civiltà è quella che si riempie la bocca di valori e poi si gira dall’altra parte davanti alla fatica quotidiana di chi lotta per il diritto del proprio figlio a essere visto, rispettato, accompagnato?

Che Paese è quello che invece di allargare lo spazio dei diritti continua a restringerlo, invece di educare all’empatia continua a premiare la durezza, invece di costruire ponti continua a cercare nemici?

Io non sogno un Paese perfetto. Sogno un Paese adulto.

Un Paese in cui nessuno debba giustificare il proprio amore, il proprio corpo, la propria identità, la propria fragilità o il modo in cui apprende e attraversa il mondo.

Un Paese in cui la politica smetta di usare la paura come strumento di governo.

Un Paese in cui la scuola torni a essere il primo luogo dell’inclusione e non il luogo in cui le differenze vengono lasciate sole.

Un Paese in cui le famiglie non vengano abbandonate, in cui la violenza si prevenga anche attraverso l’educazione emotiva, la cultura del rispetto, il sostegno reale, la presenza delle istituzioni.

Un Paese in cui essere sé stessi non sia un atto di coraggio, ma un diritto naturale.

Perché il punto, alla fine, è tutto qui: non è chi è diverso a mettere in crisi l’Italia. È un’Italia che ha paura della libertà, della complessità e dell’umanità reale.

E finché continueremo a scambiare il controllo per ordine, l’esclusione per identità e il giudizio per valore, non costruiremo una società più forte: costruiremo solo una società più violenta, più sola e più infelice.


* Presidentessa Associazione L'Alveare family

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