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La meraviglia oltre la realtà

Immagine del redattore: Luca Servodio
Luca Servodio
1 set
Tempo di lettura: 6 min

Dopo l’incendio di Airola non basta parlare di ambiente: bisogna tornare a parlare di territorio, prevenzione e responsabilità.

Ci sono immagini che, per qualche giorno, riescono a mettere d’accordo tutti.

Una colonna di fumo nero che si alza nel cielo e diventa visibile a chilometri di distanza. Le persone che chiudono porte e finestre. I sindaci che emanano ordinanze. Le autorità che intervengono. I tecnici che avviano i primi monitoraggi. Poi arrivano le dichiarazioni, i commenti, le polemiche, le prese di posizione.

È accaduto anche ad Airola, dove il 31 agosto un incendio ha interessato un sito di stoccaggio di rifiuti nell’area industriale. Il materiale coinvolto era prevalentemente costituito da rifiuti plastici e carta stoccati in balle (speriamo). L’ARPAC ha avviato il monitoraggio di diversi inquinanti, tra cui diossine, furani, PCB, biossido di azoto, biossido di zolfo, acido fluoridrico e ammoniaca.

La risposta all’emergenza è necessaria. Ma la domanda vera è un’altra: dove eravamo il giorno prima?

Perché l’ambiente non può diventare una questione soltanto quando qualcosa brucia, quando un fiume esonda, quando una discarica prende fuoco o quando una nube di fumo attraversa un territorio.

Il problema, molto spesso, non nasce nel momento in cui vediamo le fiamme. Nasce molto prima.

Nasce quando decidiamo dove collocare una determinata attività. Quando definiamo una zona industriale. Quando autorizziamo un impianto. Quando scegliamo le distanze dalle abitazioni. Quando valutiamo la viabilità, la ventilazione naturale, la morfologia del territorio, la rete idraulica, la presenza di corsi d’acqua, la vulnerabilità ambientale e la possibilità che un incidente possa produrre conseguenze ben oltre i confini di un singolo stabilimento.

E nasce, soprattutto, quando pensiamo che il territorio sia qualcosa da adattare alle nostre esigenze, invece di riconoscere che sono le caratteristiche del territorio a dover guidare le nostre scelte.

In Italia, quando accade un disastro ambientale, si apre immediatamente una discussione. Da una parte i favorevoli, dall’altra i contrari. Qualcuno accusa la politica, qualcuno gli imprenditori, qualcuno gli enti di controllo. Si parla di autorizzazioni, responsabilità, colpe e omissioni.

Poi, lentamente, l’attenzione diminuisce.

L’emergenza passa e il problema torna nell’ombra.

È una modalità di affrontare l’ambiente che assomiglia troppo a una discussione da bar: tutti hanno una posizione, tutti hanno una soluzione, tutti sembrano avere una spiegazione.

Ma governare il territorio non significa avere un’opinione.

Significa avere dati, strumenti, competenze, controlli e, soprattutto, una visione. Significa assumersi responsabilità prima che accada qualcosa.

Quando si parla di territorio, troppo spesso lo si considera come una semplice superficie sulla quale collocare qualcosa.

Una strada qui. Un capannone là. Un impianto in quell’area. Un deposito accanto a un altro. Un’espansione urbana dove prima c’erano terreni agricoli.

Come se il territorio fosse un contenitore vuoto.

Ma non è così.

Ogni territorio ha una propria identità fisica e ambientale. Ha una posizione geografica, una determinata ventilazione, una particolare conformazione orografica, una propria natura idraulica. Ha aree più o meno vulnerabili, centri abitati, scuole, attività agricole, infrastrutture e abitazioni.

Queste caratteristiche non sono dettagli.

Sono il punto di partenza della pianificazione.

Se dobbiamo inserire qualcosa dentro un contenitore, prima dobbiamo conoscere la dimensione del contenitore e la natura di ciò che stiamo mettendo dentro. Altrimenti rischiamo di scoprire soltanto dopo che quel contenitore non era adatto.

Lo stesso vale per il territorio.

La domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto: dove abbiamo un’area industriale disponibile?

La domanda dovrebbe essere: quale attività vogliamo insediare, quale rischio produce e quale territorio è realmente compatibile con quel rischio?

Un’attività che tratta, movimenta o stocca materiali potenzialmente pericolosi non può essere valutata soltanto sulla base della disponibilità di un capannone o della destinazione urbanistica dell’area.

Bisogna valutare il rischio dell’attività, le quantità e le caratteristiche dei materiali, le modalità di stoccaggio, la distanza dai centri abitati, la viabilità di emergenza, la capacità di intervento dei soccorsi, la presenza di altre attività industriali nelle vicinanze e le possibili conseguenze di un incidente.

È questa la differenza tra occupare un territorio e governare un territorio.

E qui arriva una domanda ancora più importante: se un’attività presenta un determinato livello di rischio, perché deve necessariamente essere collocata a ridosso di un centro abitato?

Perché non valutare aree specificamente destinate alle attività maggiormente impattanti o rischiose, dotate di infrastrutture adeguate, distanze di sicurezza e sistemi di controllo progettati proprio per quelle attività?

Non significa impedire lo sviluppo industriale.

Significa scegliere quale sviluppo vogliamo.

Il punto non è sostenere che nessuno sappia nulla.

Esistono mappe, piani, strumenti urbanistici, banche dati, norme, enti tecnici e autorità competenti. Esistono strutture chiamate a verificare la sicurezza, la compatibilità ambientale e il rispetto delle prescrizioni.

Eppure, ogni volta che accade qualcosa, sembra che ricominciamo da zero.

Questo è il vero paradosso.

Non possiamo limitarci a dire che un Comune non ha competenze su una determinata materia. Certamente esistono competenze diverse e responsabilità distribuite tra enti differenti. Ma proprio perché le competenze sono distribuite, qualcuno deve avere la responsabilità di metterle in relazione.

Un’amministrazione comunale può e deve conoscere il proprio territorio. Può conoscere la presenza delle attività produttive, la vicinanza con le abitazioni, le criticità delle infrastrutture. Può ascoltare i cittadini e chiedere agli enti competenti controlli e verifiche quando emergono situazioni di rischio.

Soprattutto, può pretendere che la sicurezza del territorio non venga considerata soltanto una questione da affrontare quando arriva l’emergenza.

C’è poi una parola sulla quale sarebbe necessario riflettere: responsabilità.

Quella dei gestori degli impianti, innanzitutto.

Chi gestisce un sito industriale o un deposito deve essere consapevole che non sta semplicemente gestendo un’attività economica. Sta operando dentro un territorio e vicino a una comunità.

Poi c’è la responsabilità degli enti di controllo. Quella delle amministrazioni. Quella della politica.

E, infine, c’è una responsabilità collettiva: smettere di considerare il territorio come qualcosa che appartiene a tutti soltanto quando succede un disastro.

Il problema è che troppo spesso la responsabilità si dissolve proprio nel momento in cui dovrebbe diventare più forte.

Ognuno è competente per un pezzo. Ognuno controlla una parte. Ognuno firma qualcosa.

E quando accade l’incidente, tutti ricominciano a chiedersi chi avrebbe dovuto fare cosa.

Ma governare significa anche impedire che la responsabilità si perda tra le competenze.

La prevenzione ha una caratteristica particolare: quando funziona, non fa notizia.

Nessun giornale titola perché un incendio non è avvenuto. Nessuna telecamera riprende un impianto che ha funzionato correttamente per dieci anni. Nessuno applaude un’amministrazione perché ha impedito che un’attività incompatibile venisse collocata in una determinata area.

Eppure è proprio questa la politica ambientale che servirebbe.

Una politica capace di guardare cinque, dieci, vent’anni avanti.

Una politica che non aspetti il fumo per chiedersi se il deposito fosse nel posto giusto. Che non aspetti l’alluvione per interrogarsi sull’assetto idraulico. Che non aspetti l’inquinamento per chiedersi cosa ci fosse prima e cosa sia stato autorizzato dopo. Che non confonda lo sviluppo con la semplice occupazione del suolo.

L’incendio di Airola dovrà essere accertato nelle sue cause e nelle sue conseguenze. Le analisi ambientali, le indagini e le verifiche dovranno stabilire cosa sia accaduto e se vi siano responsabilità.

Ma mentre tecnici e autorità fanno il loro lavoro, la politica dovrebbe porsi una domanda più ampia: che cosa possiamo cambiare affinché un evento simile sia meno probabile domani?

Non basta sapere cosa è successo.

Bisogna capire perché quel tipo di attività si trovava lì, quali controlli erano previsti, quali controlli sono stati effettuati, quali prescrizioni esistevano, come veniva gestito il sito, quali erano le condizioni di sicurezza e quale fosse il livello di rischio complessivo dell’area.

E bisogna farlo senza aspettare che passi l’emergenza.

Perché il giorno dopo, quando il fumo sarà scomparso, quando le finestre potranno essere riaperte e quando la cronaca avrà trovato altre notizie, il territorio sarà ancora lì.

Sarà esattamente lo stesso territorio di prima.

Forse dovremmo smettere di meravigliarci ogni volta che accade qualcosa che, a posteriori, sembrava possibile prevedere.

La vera meraviglia sarebbe un’altra.

Avere amministratori che conoscono il territorio prima di amministrarlo.

Avere enti che dialogano prima dell’emergenza.

Avere controlli che funzionano prima dell’incidente.

Avere imprenditori che considerano la sicurezza parte integrante dell’attività e non un semplice adempimento burocratico.

Avere cittadini informati e coinvolti prima che siano costretti a respirare il fumo di un incendio.

E avere una politica capace di capire che sviluppare un territorio non significa semplicemente riempirlo di infrastrutture e attività, ma scegliere con intelligenza cosa può stare dove.

Il territorio non è un foglio bianco.

Non è una superficie da piegare alle esigenze del momento.

È un sistema complesso, fragile e irripetibile.

E se è vero che siamo noi a decidere dove costruire, produrre e abitare, è altrettanto vero che quelle scelte devono rispettare ciò che il territorio è.

Perché, alla fine, la questione non è soltanto ambientale.

È una questione di governo.

E la vera domanda che l’incendio di Airola ci consegna non è soltanto: «Chi è stato?»

È soprattutto: «Chi avrebbe dovuto pensarci prima?»

E, ancora più importante: «Chi farà in modo che domani non accada di nuovo?»

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