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La musica nel 2026: oltre l’algoritmo verso una coscienza collettiva

  • Ismail Benjlil
  • 22 apr
  • Tempo di lettura: 2 min

di Ismail Benjlil*

L’apatia è un lusso che, nel 2026, gli artisti e in particolare i musicisti non possono più permettersi. Nel panorama geopolitico internazionale, che fa da scenario alle più grandi catastrofi a cui il mondo abbia assistito dalle due guerre mondiali, la musica di “sottofondo” o da trend per i social è complice dell’anestesia collettiva alla quale siamo soggetti.

Essere un artista comporta occupare uno spazio etico ben definito e, in quanto tale, l’artista deve tornare a essere una lente d’ingrandimento puntata sui dolori del mondo, non fungere da antidolorifico. 

Siamo ostaggi di piattaforme e algoritmi che decidono per noi, in base a ci che abbiamo già ascoltato. Abbiamo ucciso lo stupore e il dissenso critico, diventando consumatori passivi. 

Qual è il nostro ruolo, dunque, come compositori? 

Educare l’utente, compiacerlo non è più sufficiente. Necessitiamo di scardinare le aspettative, la prevedibilità. Costringere chi ascolta a porsi domande. Mi disturba o mi emoziona? Voglio riascoltare questo brano, o mi basta così? Rivendicare il valore della complessità: l’algoritmo odia ci che non si può categorizzare. Il senso critico è diventato un muscolo che l’industria dello streaming ha lasciato atrofizzare; spetta a noi riabilitarlo. 

Mentre lo streaming rappresenta il 100% dell’esperienza musicale giornaliera, il concerto dal vivo torna a essere l’unico atto di autentica resistenza. Il luogo dove l’imprevisto può accadere. Ma il live non può e non deve essere solo il grande evento annuale, blindato e asettico. Il mondo della musica deve tornare a sporcarsi le mani con le realtà locali.

Parliamo della nostra terra, la Valle Caudina. Abbiamo un potenziale culturale immenso, soffocato quasi sempre da logiche provinciali e pigrizia amministrativa. C’è necessità di smetterla di considerare i gruppi locali come quelli che suonano mentre la gente mangia il panino. Devono essere parte integrante del progetto culturale, con la stessa dignità degli artisti esterni per i quali si spendono cachet esorbitanti. È inaccettabile che i nostri comuni permettano le esibizioni di “big” della musica nazionale relegando i talenti del posto al ruolo di spettatori. I comuni della valle devono smettere di agire come isole, e promulgare un coordinamento unico che promuova circuiti live per gli artisti autoctoni. 

Il mio appello si rivolge dunque, insieme alle congratulazioni per la nuova fondazione al direttivo Cervinarese, ai vari forum dei giovani dei comuni della valle. Non dimenticate, tra un evento e l’altro che sono sicuro saranno di grande rilevanza culturale, di lasciare spazio alla musica autoctona. Per un artista esibirsi ovunque tranne che nel proprio paese di origine è uno smacco non indifferente.

Per concludere, o si spera per ricominciare a urlare insieme…

La musica nel 2026 è una lama di consapevolezza. Noi abbiamo scelto da che parte stare, adesso tocca alle istituzioni e al pubblico decidere se continuare a farsi cullare nella vacuità o ricominciare a sentire il battito di questa cultura. Quella che nasce sotto i nostri piedi, tra le montagne della nostra valle.

 

*musicista

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