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La piazza e il territorio: ripensare l’urbanistica a partire dalle aree interne

  • Immagine del redattore: Luca Servodio
    Luca Servodio
  • 12 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

C’è un modo semplice per capire se una città - o un territorio - sta funzionando: osservare le sue piazze. Non solo quelle fisiche, ma anche quelle simboliche. Se sono vive, attraversate, discusse, allora qualcosa si muove. Se invece si svuotano e diventano luoghi di passaggio, è spesso il segno di un equilibrio che si è rotto.

In Campania questo equilibrio è sempre più fragile. Da un lato, grandi poli urbani che continuano ad attrarre persone, risorse e opportunità. Dall’altro, una costellazione di aree interne - dall’Irpinia al Sannio, fino al Cilento meno turistico - che si spopolano, invecchiano e perdono servizi essenziali.

Non è solo una questione demografica. È una questione urbanistica, culturale e politica.

Per anni, quando si parlava di urbanistica, lo sguardo si è fermato sulle città: piani regolatori, mobilità, nuove costruzioni, consumo di suolo. Ma in una regione come la Campania, limitarsi alle aree urbane significa vedere solo metà del quadro.

Le aree interne non sono vuoti da riempire né periferie marginali. Sono territori con una propria identità, una storia insediativa complessa, un equilibrio - oggi fragile - tra comunità e ambiente. E proprio lì questo equilibrio si è incrinato più velocemente: i giovani partono, le scuole chiudono, i presìdi sanitari si riducono, i collegamenti restano insufficienti.

Il risultato è un circolo vizioso ben noto: meno abitanti significa meno servizi, e meno servizi significa ancora meno abitanti.

Qui l’urbanistica smette di essere solo una disciplina tecnica e torna a essere una scelta politica. Non si tratta più di espandere, ma di rigenerare. Non di costruire di più, ma di usare meglio ciò che già esiste.

Rigenerare significa, prima di tutto, recuperare il patrimonio edilizio abbandonato che si distribuisce tra borghi e piccoli centri. Significa immaginare nuove forme dell’abitare - dal co-housing al lavoro da remoto - capaci di riportare vita dove oggi ci sono case chiuse. Ma significa anche garantire ciò che troppo spesso manca: servizi essenziali, scuole accessibili, sanità di prossimità, sistemi di mobilità adeguati a territori dispersi.

È proprio sul lavoro che si gioca una partita decisiva. La diffusione dello smart working ha aperto uno scenario che fino a pochi anni fa sembrava irrealistico: vivere in un piccolo comune senza rinunciare alle opportunità professionali. Ma senza infrastrutture digitali solide e politiche mirate, questa resta una possibilità per pochi.

Allo stesso modo, la mobilità non può replicare il modello urbano. Nelle aree interne servono soluzioni flessibili, integrate, capaci di rispondere a una domanda diffusa e intermittente. E serve una regia pubblica che finora è spesso mancata.

C’è poi il tema, cruciale, del paesaggio. Le aree interne custodiscono un patrimonio ambientale straordinario ma fragile. L’alternativa non può essere tra abbandono e sfruttamento turistico. Serve un equilibrio che valorizzi senza consumare, che renda questi territori abitabili prima ancora che visitabili.

Infine, c’è una questione che raramente entra nel dibattito urbanistico: la democrazia. Quando un territorio si svuota, perde anche voce. Meno cittadini significa meno rappresentanza, meno capacità di incidere sulle scelte pubbliche. In questo senso, il diritto a restare diventa un diritto politico, prima ancora che sociale.

Ripensare l’urbanistica a partire dalle aree interne significa allora cambiare prospettiva. Non considerarle un problema da gestire, ma una risorsa da attivare. Non un passato da conservare, ma un futuro possibile.

E significa, soprattutto, tornare alla piazza. Perché anche nei piccoli comuni esiste - o può tornare a esistere - uno spazio in cui la comunità si riconosce: può essere una piazza vera, una scuola riaperta, un presidio civico, persino una rete digitale che connette chi è rimasto e chi potrebbe tornare.

Se quelle piazze torneranno a riempirsi, allora vorrà dire che qualcosa, finalmente, si è rimesso in movimento.

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