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La sicurezza non passa dalla giustizia fai da te

  • Immagine del redattore: Luca Servodio
    Luca Servodio
  • 18 lug
  • Tempo di lettura: 3 min

Ogni volta che un grave episodio di cronaca scuote l'opinione pubblica, il dibattito si riaccende. C'è chi invoca pene più severe, chi reclama maggiori tutele per chi si difende e chi trasforma dolore e paura in terreno di scontro politico. Eppure esiste un principio che dovrebbe restare al riparo dalla propaganda: lo Stato di diritto.

L'ordinamento italiano riconosce la legittima difesa. L'articolo 52 del Codice penale stabilisce che non è punibile chi reagisce per difendere un proprio diritto o quello altrui da un'offesa ingiusta e attuale, nei limiti e alle condizioni previste dalla legge. Non si tratta di un diritto assoluto, ma di una causa di giustificazione subordinata a precisi presupposti, la cui sussistenza viene valutata caso per caso dall'autorità giudiziaria.

Accanto a questa disposizione, la Costituzione sancisce principi altrettanto fondamentali. L'articolo 24 garantisce a tutti il diritto di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi, mentre l'articolo 101 afferma che i giudici sono soggetti soltanto alla legge. L'accertamento delle responsabilità e l'applicazione delle sanzioni spettano dunque esclusivamente allo Stato, attraverso i suoi organi. È proprio qui che si colloca il confine tra la legittima difesa e la giustizia fai da te. Difendersi da un'aggressione è un diritto riconosciuto dall'ordinamento; sostituirsi allo Stato nel punire chi si ritiene colpevole significa invece mettere in discussione il fondamento stesso della convivenza civile.

Ribadire questo principio non significa ignorare le preoccupazioni dei cittadini. La domanda di sicurezza è reale e merita risposte efficaci. Quando la giustizia appare lenta, i processi si protraggono per anni e si diffonde la percezione dell'impunità, è inevitabile che cresca la sfiducia nelle istituzioni. Ma la risposta non può essere l'incoraggiamento, esplicito o implicito, alla giustizia privata. La sicurezza non si costruisce affidando ai cittadini il compito di sostituirsi allo Stato, ma rendendo lo Stato più autorevole, presente ed efficiente.

Per farlo, però, non basta intervenire dopo che un reato è stato commesso. Una politica seria deve occuparsi anche delle cause che alimentano la criminalità. Il degrado urbano, l'abbandono delle periferie, la povertà educativa, il disagio economico e sociale, la disoccupazione e la mancanza di opportunità rappresentano fattori che possono favorire l'emarginazione e creare terreno fertile per la devianza e per il reclutamento da parte della criminalità organizzata. Rimuovere queste condizioni non significa giustificare chi delinque, ma ridurre il rischio che sempre più persone finiscano per imboccare quella strada. La sicurezza si costruisce anche con scuole migliori, servizi sociali efficienti, politiche per il lavoro, investimenti nella riqualificazione dei quartieri più fragili e occasioni di riscatto per chi vive ai margini.

Naturalmente tutto questo deve accompagnarsi a una giustizia capace di funzionare davvero. Processi più rapidi, pene certe ed effettive, forze dell'ordine adeguatamente sostenute e strumenti efficaci di prevenzione sono condizioni indispensabili affinché i cittadini possano avere fiducia nelle istituzioni. Sicurezza e inclusione sociale non sono obiettivi alternativi, ma due facce della stessa politica pubblica: una società più giusta è anche una società più sicura.

Troppo spesso, invece, la politica preferisce trasformare singoli episodi di cronaca in strumenti di consenso. L'emotività diventa materia prima per slogan e contrapposizioni, mentre passano in secondo piano le questioni che incidono realmente sulla vita delle persone: il costo della vita, i salari, la sanità pubblica, la scuola, il lavoro, il diritto alla casa, i tempi della giustizia e la qualità dei servizi. Governare significa affrontare problemi complessi con serietà, non rincorrere l'indignazione del momento o alimentare la paura.

Uno Stato forte non è quello che invita i cittadini a sostituirsi alle istituzioni, bensì quello che garantisce sicurezza, giustizia e tempi certi, prevenendo il crimine e contrastandolo con gli strumenti della legge. La legittima difesa è un diritto riconosciuto dall'ordinamento; la giustizia fai da te rappresenta invece la negazione dello Stato di diritto. Confondere questi due concetti significa indebolire proprio quel sistema di garanzie che tutela ogni cittadino, oggi e domani.

La vera sfida della politica non dovrebbe essere quella di sfruttare la paura o inseguire il consenso attraverso l'emergenza del momento, ma quella di ricostruire la fiducia nelle istituzioni e di affrontare con la stessa determinazione sia le conseguenze sia le cause della criminalità. Solo così una democrazia può garantire sicurezza senza rinunciare ai principi dello Stato di diritto e assicurare giustizia senza cedere alla logica della vendetta.

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