Le spiagge sono un bene comune: la politica scelga se difendere i cittadini o le rendite
- Luca Servodio

- 28 lug
- Tempo di lettura: 5 min
La polemica tra il sindaco di Bacoli, Josi Della Ragione, e il giornalista Pietro Senaldi è soltanto l'ultimo episodio di un dibattito che, ogni estate, riemerge con gli stessi toni e gli stessi slogan. Da una parte chi difende un modello basato sulla prevalenza delle concessioni private, dall'altra chi rivendica il diritto dei cittadini ad avere spiagge realmente libere e accessibili.

Ma la questione è molto più profonda.
La domanda che il Paese dovrebbe porsi non è semplicemente se sia meglio uno stabilimento o una spiaggia libera. La vera domanda è un'altra: a chi appartiene il mare?
La risposta dovrebbe essere chiara. Le spiagge fanno parte del demanio marittimo, sono beni pubblici e appartengono alla collettività. Lo Stato può affidarne temporaneamente la gestione a soggetti privati affinché offrano servizi, creino occupazione e contribuiscano allo sviluppo turistico. Ma una concessione non è una proprietà privata. È un'autorizzazione limitata nel tempo, che deve sempre rimanere subordinata all'interesse generale.
Negli ultimi decenni, però, questo principio si è progressivamente indebolito. In molte località italiane interi tratti di costa sono stati occupati da stabilimenti balneari, mentre gli spazi destinati alla libera fruizione si sono ridotti fino a diventare marginali. In alcuni territori trovare una spiaggia libera significa percorrere chilometri o accontentarsi di piccoli spazi spesso privi dei servizi essenziali.
È in questo contesto che va letta la scelta dell'amministrazione di Bacoli di ampliare gli spazi pubblici. Ma restituire ai cittadini una parte di un bene pubblico non rappresenta un atto contro qualcuno. Significa riaffermare un principio fondamentale: il mare appartiene a tutti.
Il problema nasce quando la difesa degli interessi economici privati viene confusa con la difesa dell'interesse generale. È necessario distinguere tra impresa e rendita.
Una rendita nasce quando un vantaggio legato all'utilizzo di un bene pubblico tende a trasformarsi in una posizione consolidata nel tempo, sottratta a un reale confronto e distante dall'interesse collettivo.
È questa la questione centrale del sistema delle concessioni balneari: un bene appartenente a tutti non può essere percepito come una disponibilità privata permanente.
La questione pone una domanda fondamentale: può un bene pubblico continuare a essere affidato sempre agli stessi soggetti senza procedure realmente aperte, trasparenti e competitive?
La risposta riguarda il funzionamento stesso della democrazia.
Uno Stato moderno non deve scegliere tra economia e diritti. Deve garantire entrambi. Le imprese devono poter lavorare e ottenere un giusto ritorno economico, ma nessun interesse privato può prevalere sul diritto collettivo di accedere a un patrimonio pubblico.
Ed è qui che il dibattito sulle spiagge assume un significato più ampio.
Dietro questa discussione non c'è soltanto una diversa idea di turismo. C'è una diversa idea di società.
Ogni volta che si sostiene che ampliare gli spazi pubblici rappresenti un problema e che la fruizione dei luoghi più belli debba dipendere principalmente dalla capacità economica dei cittadini, si finisce per accettare un principio profondamente ingiusto: la qualità della vita diventa proporzionale al reddito.
Chi può pagare gode pienamente della bellezza del paesaggio. Chi non può pagare deve accontentarsi di ciò che rimane.
È una visione classista della società.
Una visione nella quale il mare, il paesaggio e il tempo libero cessano di essere elementi appartenenti alla cittadinanza e diventano privilegi riservati a chi dispone delle risorse economiche necessarie.
Ma la povertà non è un destino scritto.
I poveri non nascono poveri per un principio naturale o divino. La povertà è spesso il risultato di un modello di sviluppo che distribuisce in modo diseguale ricchezza, opportunità e possibilità di accesso ai beni fondamentali. È il prodotto di scelte economiche, sociali e politiche che possono ridurre le disuguaglianze oppure amplificarle.
Pensare che chi ha meno risorse debba rinunciare anche alla possibilità di vivere pienamente il patrimonio naturale del proprio Paese significa trasformare una condizione economica in una condizione di esclusione sociale.
Significa accettare un modello nel quale alcune persone sono considerate soprattutto come forza lavoro: cittadini chiamati a produrre ricchezza, sostenere l'economia e alimentare il sistema, ma ai quali viene progressivamente limitata la possibilità di beneficiare dei beni comuni che appartengono a tutti.
Questa impostazione è incompatibile con i principi costituzionali.
L'articolo 3 della Costituzione non si limita a proclamare l'uguaglianza formale dei cittadini, ma impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono una reale partecipazione alla vita del Paese.
L'articolo 9 tutela il paesaggio e il patrimonio naturale della Nazione, non come proprietà di pochi, ma come ricchezza collettiva.
Quando un bene pubblico diventa accessibile quasi esclusivamente a chi può pagare, il problema non è soltanto economico.
È politico.
Significa che lo Stato rinuncia al proprio ruolo di garante dell'interesse generale e permette che un diritto collettivo venga trasformato in un privilegio economico.
Il mare, invece, dovrebbe essere uno dei luoghi più democratici che esistano.
Rendere le spiagge realmente accessibili non significa dichiarare guerra agli stabilimenti balneari. Significa garantire un equilibrio tra attività privata e interesse pubblico, assicurando che accanto alle imprese esistano spazi sufficienti, curati e sicuri dove ogni cittadino possa trascorrere una giornata senza essere costretto a pagare per esercitare un diritto.
Il diritto di accesso al mare non significa che ogni servizio debba essere gratuito, né che ogni attività economica privata debba essere esclusa. Gli stabilimenti possono offrire servizi aggiuntivi e chiedere un corrispettivo per tali prestazioni. Ma la possibilità di accedere a un bene pubblico non può dipendere esclusivamente dalla capacità economica del cittadino. La differenza è fondamentale: garantire un diritto non significa eliminare l'impresa privata, significa impedire che un bene appartenente alla collettività diventi accessibile nella pratica soltanto a chi può permetterselo.
Questo riguarda le famiglie con redditi più bassi, i giovani, gli anziani e tutti coloro che rischiano di essere esclusi dai luoghi simbolo del patrimonio naturale italiano.
Perché il mare non è soltanto turismo.
È salute.
È socialità.
È educazione ambientale.
È qualità della vita.
È anche equilibrio ambientale. La gestione delle coste non riguarda soltanto la distribuzione degli spazi tra pubblico e privato, ma il modo in cui un territorio viene preservato nel tempo. L'eccessiva occupazione del litorale, la pressione turistica incontrollata e la trasformazione della costa in una successione continua di strutture possono compromettere il paesaggio, gli ecosistemi e la qualità della vita delle comunità locali.
Difendere il carattere pubblico delle spiagge significa quindi anche difendere il territorio da un modello di sviluppo che consuma le risorse naturali senza considerare il loro valore collettivo.
Per questo la politica deve smettere di affrontare il tema delle spiagge inseguendo soltanto consenso elettorale e interessi consolidati.
La scelta non è tra ricchi e poveri.
La scelta è tra un modello nel quale i beni comuni vengono tutelati come patrimonio di tutti e un modello nel quale anche la bellezza del territorio diventa un privilegio acquistabile.
Le spiagge possono continuare a essere un motore dell'economia italiana e, allo stesso tempo, rimanere un diritto universale. Le due cose non sono incompatibili. Diventano incompatibili soltanto quando l'interesse pubblico arretra davanti alle rendite.
La vicenda di Bacoli supera quindi i confini di un comune dei Campi Flegrei. Diventa il simbolo di una domanda che riguarda l'intero Paese:
Vogliamo un'Italia nella quale il mare e la bellezza del paesaggio siano realmente patrimonio di tutti, oppure un'Italia nella quale ciò che rende migliore la vita venga progressivamente riservato a chi può permetterselo?
La risposta riguarda il futuro della nostra democrazia.
Perché una democrazia non si misura soltanto dai diritti che riconosce sulla carta.
Si misura dalla capacità di renderli davvero accessibili.
E se le spiagge appartengono a tutti, allora tutti devono poterle vivere.
Non per concessione.
Ma per diritto.



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