La sicurezza non si fa con gli slogan
- Luca Servodio

- 6 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Da anni si parla di sicurezza urbana, di droga tra i giovani e di emergenze sociali che ciclicamente tornano al centro del dibattito pubblico. Troppo spesso, però, queste discussioni restano superficiali, senza affrontare le radici profonde del problema.

La politica, nei momenti di crisi, richiama valori come la famiglia, l’educazione e il ruolo dei “buoni genitori”. Richiami che suonano vuoti se non accompagnati da azioni concrete. Si assiste così a una retorica fatta di proclami e negazioni, mentre intere generazioni vengono lasciate indietro.
Una volta conquistato il potere, molti amministratori sembrano perdere di vista le vere priorità: i giovani, la crescita culturale, il lavoro. Temi fondamentali, che dovrebbero rappresentare il cuore di ogni progetto politico, finiscono invece in secondo piano, sostituiti da interventi emergenziali e temporanei.
Negli anni, anche in territori come Cervinara e la Valle Caudina, episodi di violenza hanno scosso profondamente la comunità. E ogni volta il dibattito si concentra sull’aumento degli organici delle forze dell’ordine e sulla loro maggiore presenza sul territorio. Misure importanti, certo, ma non sufficienti.
Le forze dell’ordine, se adeguatamente rafforzate e messe nelle condizioni di operare con continuità, possono e devono svolgere anche un ruolo centrale nella prevenzione. Non basta intervenire quando il reato è già stato commesso: serve un’attività costante, capace di cogliere i segnali del territorio e agire in anticipo. Prevenire significa fermare sul nascere chi intende delinquere, interrompendo dinamiche pericolose prima che si consolidino. Questo richiede anche un cambio di approccio: una presenza non solo repressiva, ma attiva, vicina alla comunità e attenta alle sue trasformazioni.
Esiste, infatti, un problema più profondo, che riguarda il tessuto sociale e culturale. Un disagio che si manifesta nel bisogno di apparire “forti”, nella ricerca del guadagno facile, nella convinzione che il potere si misuri attraverso soldi, auto e donne. Un modello distorto che rischia di diventare un riferimento per molti giovani privi di alternative.
Un aspetto troppo spesso sottovalutato riguarda la diffusione dell’alcol tra i più giovani. Non si tratta solo di un problema di consumo, ma di ciò che quel consumo rappresenta: un rito di appartenenza, un modo per sentirsi accettati, per dimostrare di essere “grandi” o, peggio, “duri”. In questo contesto, l’abuso di alcol diventa uno strumento per abbassare i freni inibitori e alimentare comportamenti aggressivi.
Si afferma così un’idea distorta di rispetto, basata sulla forza, sull’intimidazione, sulla capacità di imporsi sugli altri. Un modello pericoloso, che trova terreno fertile proprio dove mancano alternative educative, culturali e sociali. Il rispetto, invece, non si conquista con la violenza o con la sopraffazione, ma attraverso il riconoscimento reciproco, le regole condivise e il senso di comunità.
Ignorare questo legame significa continuare a intervenire solo sugli effetti, senza affrontare una delle cause culturali più profonde del disagio giovanile.
È necessario smettere di nascondere i disagi sociali ed economici e riconoscere che, in alcuni casi, le famiglie sono assenti o non riescono ad affrontare da sole le difficoltà e la deriva dei propri figli. Per questo è fondamentale prevedere percorsi rieducativi per i giovani più a rischio, offrendo strumenti concreti, guida e reali opportunità di reinserimento.
A tutto ciò si aggiunge l’isolamento dei territori, sotto molteplici aspetti: dalla sicurezza urbana a quella alimentare, dalla tutela dell’ambiente alla difesa del territorio. Questioni annose, mai affrontate in modo strutturale e risolutivo.
Negli ultimi anni, la sicurezza durante eventi pubblici e festività è diventata un tema centrale. Anche qui, però, il rischio è fermarsi alla richiesta di “più controlli”, senza interrogarsi su un elemento essenziale: la costruzione del senso civico.
Perché la sicurezza non può essere garantita solo dalla presenza delle forze dell’ordine. Nasce, prima di tutto, dalla responsabilità individuale e collettiva, dalla capacità di essere cittadini consapevoli, prima ancora che destinatari di controlli.
Senza un investimento reale su giovani, cultura e lavoro, ogni intervento resterà parziale. E senza una comunità che si riconosca in valori condivisi, nessuna misura potrà garantire sicurezza.
È tempo, quindi, di superare la falsa morale e affrontare con coraggio le vere cause del disagio. Perché la sicurezza non è solo una questione di ordine pubblico, ma una sfida che riguarda il futuro.
La repressione, da sola, non basta. È necessario intervenire prima che il reato si compia, non dopo. È tempo di smettere con le passerelle e con i comitati per l’ordine pubblico usati come vetrine, e iniziare a lavorare davvero, anche lontano dai riflettori.
La sicurezza si costruisce nel silenzio delle azioni concrete, nella prevenzione quotidiana, nella presenza costante sul territorio. Tutto il resto è solo apparenza.



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