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Quando l’Italia sfidava l’Occidente: la lezione dimenticata di Mattei

  • Immagine del redattore: Luca Servodio
    Luca Servodio
  • 20 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

In un tempo segnato da crisi energetiche, guerre ai confini dell’Europa e nuove dipendenze strategiche, l’Italia sembra aver smarrito una domanda essenziale: vuole ancora contare qualcosa? Per rispondere, basta tornare a una figura oggi quasi rimossa dal dibattito pubblico: Enrico Mattei.

Mattei non fu semplicemente il fondatore dell’ENI. Fu l’uomo che tentò, forse per l’ultima volta in modo coerente, di dare all’Italia una politica energetica autonoma e, attraverso di essa, una vera politica estera. In un mondo dominato dalle grandi compagnie petrolifere e rigidamente diviso dalla Guerra Fredda, ebbe il coraggio di rompere gli schemi: trattare direttamente con i paesi produttori, sfidare gli equilibri consolidati, aprire canali con l’Est.

Ma è proprio nel rapporto con il potere americano e occidentale che emerge la dimensione più scomoda della sua azione. L’Italia del dopoguerra era saldamente inserita nel campo atlantico, politicamente e militarmente legata agli Stati Uniti. Mattei non mise mai formalmente in discussione questa appartenenza, ma ne testò continuamente i limiti. I suoi accordi con l’Unione Sovietica, così come le intese dirette con i paesi produttori del Medio Oriente e del Nord Africa, rappresentavano una deviazione significativa dalla linea dominante dell’Occidente.

In altre parole, Mattei praticava un’autonomia “interna” al blocco occidentale: non rompeva l’alleanza, ma ne ridefiniva i confini in funzione dell’interesse nazionale. Questo lo rese un interlocutore difficile, talvolta scomodo, sia per le grandi compagnie petrolifere internazionali sia per quei settori politici che vedevano nell’allineamento agli Stati Uniti una scelta non negoziabile.

Oggi, al contrario, l’Italia appare incastrata in una rete di vincoli che ne limitano ogni ambizione. La crisi del gas seguita alla guerra in Ucraina ha mostrato tutta la fragilità del sistema europeo: decisioni prese altrove, strategie rincorse, emergenze gestite più che anticipate. In questo contesto, il confronto con Mattei è inevitabile e, per certi versi, impietoso.

La differenza non è solo nelle condizioni storiche, ma nella qualità della visione politica. Mattei considerava l’energia uno strumento di sovranità. Oggi è spesso ridotta a una questione tecnica o regolatoria. Allora lo Stato agiva come attore strategico; oggi sembra limitarsi a mediare tra interessi esterni e vincoli interni.

Anche il suo rapporto con il Partito Comunista Italiano racconta qualcosa che oggi manca. In piena contrapposizione ideologica, Mattei seppe costruire convergenze trasversali su un obiettivo condiviso: rafforzare l’interesse nazionale. Il PCI, pur da una posizione opposta, riconosceva nell’ENI un modello di autonomia economica rispetto alle multinazionali. Non era alleanza politica, ma consapevolezza strategica.

La parabola di Mattei, tuttavia, non si conclude con il successo ma con un’interruzione. La sua morte nel 1962, in circostanze mai del tutto chiarite, segna simbolicamente anche il limite di quella stagione. Dopo di lui, l’Italia non è stata capace di sviluppare una continuità strategica altrettanto autonoma. L’ENI è rimasta un attore importante, ma il disegno politico che la sosteneva si è progressivamente indebolito.

Certo, il mondo di Mattei non esiste più. La globalizzazione, la transizione energetica e i vincoli internazionali rendono impossibile replicare quel modello in modo diretto. Ma è proprio questo il punto: non è la copia che manca, è l’ambizione.

Se Mattei fosse oggi, probabilmente non cercherebbe di ripetere le stesse mosse, ma partirebbe dalla stessa idea di fondo: senza una strategia autonoma, l’Italia resta un paese che reagisce, non decide.

Ed è qui che il suo insegnamento diventa scomodo. Perché obbliga a riconoscere che il problema non è solo energetico, ma politico. Non riguarda le risorse, ma la capacità di usarle per costruire potere e autonomia.

La domanda, allora, resta aperta e urgente: l’Italia vuole tornare a essere un soggetto strategico, oppure si accontenta di gestire la propria dipendenza? In fondo, la distanza da Mattei si misura tutta in questa risposta.

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